Visualizzazione post con etichetta new york. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta new york. Mostra tutti i post

venerdì 4 novembre 2011

Forse non sà cantare ?

Madonna, suo fratello vive da clochard sotto ponte
 
NEW YORK / Il fratello di Madonna, Anthony Ciccone, uno dei 7, ha dichiarato di essere finito a vivere per strada come un clochard, sotto i ponti di Suttons Bay nello stato del Michigan, dopo aver perso il lavoro all’azienda di famiglia, la Ciccone Vineyard & Winery.
Alloggia presso qualche struttura caritativa ed è stato scoperto in modo del tutto casuale, perché il quotidiano Michigan Messenger stava realizzando un servizio sui senzatetto, scoprendo fra loro il fratello di Madonna.
Anthony Ciccone ha raccontato che dal momento del tracollo i suoi famigliari gli hanno voltato le spalle, inclusa Madonna, la star multimilionaria.
Mister Ciccone non è il primo dei famigliari a biasimare il comportamento della star, un altro fratello, Cristopher, scrisse qualche tempo fa un libro, “Life with my sister Madonna”, da cui emerse un’immagine non proprio limpida della star, almeno nel comportamento con i suoi famigliari.
Il fratello “homeless” di Lady Ciccone ha spiegato che teme ora di dover trascorrere l’inverno all’addiaccio e di essere molto spaventato da questa prospettiva, visto che un altro conoscente ridotto alle sue stesse condizioni, perse l’uso di alcune dita dei piedi, dopo aver trascorso l’inverno al gelo.
“Preferisco stare in galera al caldo”, ha dichiarato Anthony Ciccone, aggiungendo: “Mi sono chiesto tante volte: perché mia sorella è multimilionaria e io dormo per strada? “.

fonte: http://www.cronacalive.it/madonna-suo-fratello-vive-da-clochard-sotto-ponte.html#axzz1cmQaygK7

giovedì 7 luglio 2011

Che scoperta!!

New York - «Mi chiamo Chris Coon e questo è un esperimento sociale che mi aiuterà a non essere più un senzatetto, a prendermi cura delle mie due figlie e ad avere una vita migliore. vi prego, fate una donazione di uno o due dollari».

L’elemosina del nuovo millennio si fa e si chiede seduti comodamente davanti a un pc. In un’area free wi-fi di New York, a Union Square Park. Con un laptop di seconda mano, recente omaggio di un’anonima generosa signora, che è rimasta affascinata dal suo progetto, Coon ha messo su un sito, “Ask a Million”, costato 41 dollari (sopra l’incipit della presentazione in home page) per tentare di diventare milionario senza lavorare. Bastano lunghe passeggiate per la Grande Mela, un profilo Facebook e Twitter, un blog e un conto aperto su Pay Pal.

Coon, faccia da vichingo e capello rosso gelatina, è un disoccupato ventinovenne, che alla soglia dei 30 ha deciso di fare un po’ i conti con la sua vita da sbandato, passata ad attraversare gli Stati Uniti di lavoretto in lavoretto o di prigione in prigione.

In tutto questo suo peregrinare ha trovato anche il modo di fare due figlie, una di sette anni e una di 14 mesi. Da un po’ di tempo le bimbe vivono dalla zia, perché Coon, che non si può permettere una casa, è andato ad affollare le file dei nuovi poveri americani che si accampano in strada e mangiano alla mensa dei barboni.

Sarebbe stato uno dei tanti senzatetto a chiedere i soldi con un cappello in mano, seduto per ore sui marciapiedi, a guardare scarpe e pantaloni dei passanti, se a maggio non gli fosse venuta questa idea. Banale e dirompente. Puntare a essere milionario, usando tutti i circuiti dei social network, e il binomio curiosità-pubblicità che la sua storia suscita. E sfruttare il semplice meccanismo del dono che costa poco e vale tanto. Di un dollaro in meno dalle tasche neanche ce ne accorgiamo, ma se un milione di persone quel dollaro lo destina a un unica persona, per lui diventa un patrimonio. Socialismo individualista o capitalismo questuante? Il progetto di nuova economia-fai-da-te Coon lo descrive anche come un’operazione sociologica: «Vorrei vedere per quanto tempo e quante persone avranno cura di aiutarmi - scrive sul suo sito - E quali sono le differenti reazioni davanti alla richiesta di un dollaro».

“Ask a million” è un diario aggiornato quotidianamente, su cui Coon appunta quanti soldi riceve e come li spende. Il 2 luglio, per esempio scriveva: «Importo realizzato 47 dollari. Importo speso 73 dollari. 60 li ho inviati a mia zia per i pannolini e il latte delle mie figlie. 8 li ho spesi per cibo e caffè e 5 per comprare ai miei amici senzatetto caffè e hamburger da McDonald’s». Una lista spese precisa e trasparente. Dagli inizi di giugno, quando finita la fase di rodaggio di un mese, ha fatto partire il suo piano di elemosina telematica, ha accumulato 1381 dollari e ne ha spesi 1376. E poi visto che è lui stesso a definirlo un “esperimento sociale”, sul sito si trovano anche gli identikit dei suoi donatori divisi in percentuale per sesso, età, etnia, area di provenienza. Tra il 14 giugno e il 24, giovani, bianchi e donne risultano i più generosi, con una media di 1 dollaro e 17 centesimi a testa.

Facebook, Twitter e un video postato su YouTube, con tanto di immagini strappalacrime delle figlie, lo hanno sicuramente aiutato ad allargare il pubblico di potenziali benefattori, ma Coon non ha mai abbandonato la strada. Ne macina tanta, al centro di New York, e con un blocco per appunti in mano, descrive il suo progetto. A chi accetta di donargli qualche dollaro consegna anche una ricevuta. Sì, perché il mendicante 2.0 ha regole ferree e metodo: cercare di ricordarsi sempre la faccia del donatore per non disturbarlo due volte; non chiedere mai soldi prima delle 13, perché la gente entra al lavoro e va di fretta e mai mentre mangiano; non insistere, ed evitare i treni della metropolitana. Troppa concorrenza.

Il video del senzatetto:

Meglio poi puntare alle coppie, perché in quel caso le stesse parole, “Ehi amico hai mica un dollaro”, valgono per due. Meno fatica. Per il primo mese è riuscito a racimolare uno stipendio. Ma di questo ritmo ha calcolato che l’obiettivo del milione lo centrerà solo nel 2054. Per accelerare i tempi sta pensando di differenziare il business: venderà magliette a distanza. E sopra ci sarà scritto: «Solo un ragazzo senzatetto poteva fare questo esperimento». Uno, come spiega Coon al The Local East Village, che nella sua vita «avrà chiesto un dollaro almeno a cinque, sei milione di persone». Un vero e proprio lavoraccio.

domenica 25 aprile 2010

L'indifferenza uccide !!!!!

ROMA (24 aprile) - E' stato il New York Post a sbattere in faccia ai newyorchesi, una volta di più, l'orrore prodotto dall'indifferenza della metropoli. Il quotidiano ha pubblicato on line il video della morte di un eroico senzatetto che, ferito gravemente per salvare una donna da una aggressione, è morto nel suo sangue dopo avere agonizzato per oltre un'ora sul marciapiede, nel disinteresse di almeno 25 passanti.

Il nome che nella Grande Mela nessuno scorderà facilmente è quello di Hugo Alfredo Tale-Yax, 31 anni, ispanico: domenica era corso in aiuto di una donna aggredita all'alba nel quartiere di Jamaica, non lontano dall'aeroporto JFK. L'aggressore gli si era rivoltato contro e lo aveva pugnalato più volte al petto prima di darsi alla fuga. Anche la vittima dell'aggressione era fuggita.

Il New York Post ha ottenuto un filmato agghiacciante: mostra il corpo disteso sul marciapiede mentre accanto a lui passano frettolosi uomini e donne, a piedi o in bicicletta, con cane o senza. Qualcuno si ferma a guardare. Un uomo si avvicina da un palazzo di fronte e fa uno scatto con il cellulare. Un altro scuote più volte il ferito per le spalle, poi se ne va.

Passa più di un'ora prima che arrivino i pompieri e un'ambulanza chiamati da qualcuno che ha dato l'allarme. Troppo tardi per Hugo Tale-Yax, già morto. Anche stavolta l'indifferenza della metropoli ha costretto la città all'esame di coscienza: «È inaccettabile», ha detto una donna che vive in un palazzo vicino. Ma per Tale-Yax è stato troppo tardi.

Il caso ne evoca un altro, famosissimo negli anni Sessanta, avvenuto sempre a Queens: nel 1964 38 newyorchesi assistettero senza muover un dito all'assassinio di Kitty Genovese, una italoamericana di 28 anni, pugnalata a morte in strada in un quartiere dominato da Cosa Nostra. Il delitto divenne il simbolo dell'apatia di New York, dell'indifferenza dell'America urbana e dell'umanità in generale ed ebbe un tragico bis 25 anni più tardi proprio nella stessa zona: Sandra Zahler, 25 anni, violentata e picchiata a morte su una terrazza sotto gli occhi indifferenti dei vicini.

Fonte: http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=99258

giovedì 1 aprile 2010

Veri eroi!

Ny,l'ultimo clochard di Time Square

Heavy su prima pagina New York Times

Non molla Heavy, l'ultimo senzatetto che è rimasto a vivere sul marciapiede di Times Square, la piazza più trafficata e conosciuta di New York, nel cuore di Manhattan. Il New York Times dedica alla sua storia un pezzo in prima pagina. La piazza è diventata casa sua sin dai primi anni '90, quando quella zona era ancora un luogo malfamato, regno incontrastato di pusher, criminali e prostitute.

Da www.nytimes.com

Nel 1994 fu eletto Rudolph Giuliani, il sindaco "sceriffo" che con la sua "tolleranza zero" in pochi anni ripulì la città. Ma se i delinquenti furono costretti a lasciare la piazza ai turisti e ai poliziotti, i senza tetto no. Loro rimasero ancora per anni a presidiare orgogliosamente il territorio. Nel 2005 si calcola ce ne fossero ancora 55. Ma negli anni successivi il loro numero crollò visibilmente.

Grazie all'azione dei volontari delle tante associazioni no-profit, molti di loro accettarono di trasferirsi in alcune comunità sparse per la città. La scorsa estate ne erano rimasti solo sette, tutti barboni di lungo corso, con alle spalle circa una ventina d'anni passati a dormire per strada. Erano diventati famosi, tanto che i newyorchesi li battezzarono i "Times Square seven".

Poi però, uno dopo l'altro, da settembre a dicembre scorso, anche loro hanno mollato, finendo per accettare un ricovero più confortevole dei gradini delle chiese o dei portoni tra la settima avenue e la 48esima. Ma Heavy, no. Lui non ci ha pensato proprio. Sempre gentile ed educato, da vero irriducibile, ha respinto ogni invito ad abbandonare la strada.

A chi, invano, cerca continuamente di fargli cambiare idea ha detto che non può certo lasciare i suoi vicini e i titolari dei negozi attorno alla piazza che ogni giorno lo vanno a trovare e lo mantengono in vita. E basta stare con lui qualche ora, racconta il giornale, per capire che la sua presenza è ormai una certezza, un punto fermo, per chi vive la frenetica quotidianità della Grande Mela. Gli impiegati di un "delicatessen" sull'ottava gli regalano ogni giorno un panino e un caffé caldo a ora di pranzo e i vicini, quando fa freddo, gli allungano qualche vestito pesante ormai smesso e delle tazze di brodo.

"Heavy è un tesoro", racconta al Nyt un'anziana che da 44 anni abita a un isolato da Times Square. "Ogni volta che mi vede passare mi saluta con un affettuoso 'Ciao Mamma'. Io gli dò il solito quarto di dollaro e gli rispondo: Ciao, dolcezza".

fonte: http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo477890.shtml

mercoledì 24 marzo 2010

Forse qualche homeless sarà curato?????


NEW YORK - "Questa non è una riforma radicale ma è una grande riforma. Questo è il vero cambiamento". Così a mezzanotte, ora di Washington, Barack Obama ha salutato lo storico voto della Camera. Un'ora prima con 219 sì contro 212 no, sotto la presidenza di Nancy Pelosi la Camera aveva approvato la sua sofferta riforma sanitaria. E' passata una legge di straordinaria portata, che dopo l'approvazione del Senato estenderà a 32 milioni di americani un'assistenza medica di cui erano finora sprovvisti. E' la fine di un incubo, 14 mesi in cui il presidente si era giocato la sua immagine su questo "cantiere progressista". Obama ce l'ha fatta su un terreno dove da mezzo secolo tutti i presidenti erano stati sconfitti. Ha affrontato una piaga sociale, che vede l'America molto più indietro degli altri paesi ricchi per la qualità delle cure mediche offerte all'insieme della popolazione. Forse il suo partito pagherà qualche prezzo alle elezioni legislative di novembre, ma i democratici hanno messo la loro firma esclusiva (senza un solo voto repubblicano) su una delle più ambiziose normative sociali del paese. 34 di loro hanno votato contro, per paura di giocarsi la rielezione a novembre, di fronte all'offensiva della destra che dipinge questa legge come la "socializzazione delle cure mediche" e l'anticamera di una bancarotta di Stato. Ma fino all'ultimo le defezioni nel partito di maggioranza hanno rischiato di essere ben più elevate.
La pattuglia più numerosa dei "dissidenti" era quella degli antiabortisti, guidati dal deputato Bart Stupak del Michigan. E' stato decisivo l'intervento di Barack Obama nelle ultimissime ore. Rinviato il suo viaggio in Indonesia, il presidente ha fatto pressione personalmente su ciascuno dei deputati incerti. Agli antiabortisti ha offerto una garanzia speciale: proprio mentre la Camera era riunita per le votazioni, ieri Obama ha firmato un "ordine esecutivo" che rafforza il divieto di usare i fondi federali per rimborsare le spese delle interruzioni di gravidanza. A quel punto Stupak e la pattuglia di antiabortisti sono passati a favore della riforma, garantendo la maggioranza per l'approvazione della legge. L'ultimo voto al Senato è previsto in pochi giorni, ed entro questa settimana Obama dovrebbe firmare la legge.
I primi effetti di questa riforma, in vigore da subito, colpiranno gli abusi più odiosi delle assicurazioni. Sarà vietato alle compagnie assicurative rescindere una polizza quando il paziente si ammala, una pratica fin qui tristemente consueta. Sarà illegale rifiutarsi di assicurare un bambino invocando le sue malattie pre-esistenti.
Diventeranno fuorilegge anche i tetti massimi di spesa, usati dalle assicurazioni per rifiutare i rimborsi oltre un certo ammontare (un costume particolarmente deleterio per i pazienti con patologie gravi che richiedono terapie costose, come il cancro). I genitori avranno il diritto di mantenere nella copertura della propria assicurazione sanitaria i figli fino al compimento del 26esimo anno di età, una norma particolarmente attesa in una fase in cui i giovani stentano a trovare un posto di lavoro (e quindi non hanno accesso all'assicurazione che di solito è connessa a un impiego stabile). Più avanti, entro il 2014, scatteranno gli altri aspetti della riforma, quelli che porteranno 32 milioni di americani ad avere finalmente diritto a un'assistenza. Di questi, la metà circa entreranno sotto la copertura della mutua di Stato per i meno abbienti, il Medicaid. Quest'ultimo garantirà cure gratuite fino alla soglia di 29.000 dollari di reddito annuo lordo, per una famiglia di quattro persone. Altri 16 milioni dovranno invece comprarsi una polizza assicurativa. Ma potranno farlo scegliendo in una nuova Borsa competitiva sorvegliata dallo Stato, e riceveranno sussidi pubblici fino a 6.000 dollari, onde evitare che l'assicurazione gli costi più del 9,5% del loro reddito. Multe salate per le aziende con oltre 50 dipendenti che non offrono l'assicurazione sanitaria ai dipendenti. Perché questo resterà comunque anche dopo la riforma il tratto distintivo del sistema sanitario americano, imperniato sulle assicurazioni private, e ben lontano dai servizi sanitari nazionali dei paesi europei.

Manca, nella riforma, quello che all'origine doveva essere l'aspetto più radicalmente innovativo: la cosiddetta opzione pubblica. Di fronte alle accuse di voler imporre un "socialismo medico di tipo cubano" - secondo uno slogan usato dalla destra populista del Tea Party Movement - i democratici hanno abbandonato quell'idea, che avrebbe creato un'assicurazione di Stato disponibile a tutti, a costi contenuti, per far concorrenza alle assicurazioni private. In compenso ci sarà una stangata fiscale sulle multinazionali farmaceutiche, per finanziare una parte dei costi della riforma.


22 marzo 2010

FEDERICO RAMPINI - La Repubblica.it

mercoledì 24 febbraio 2010

Bisogna sempre aspettare la crisi?

LA MIDDLE CLASS IN DECLINO SCOPRE LA SOLIDARIETÀ

La bontà militante nell'America della crisi

Una sociologa raccoglie i racconti della "resistenza morale".
Sistemi inusuali per aiutare i poveri: non tutti sono d'accordo


Docenti che portano a scuola cibo in più da dare ad alunni di famiglie povere, direttori di negozi che mettono soldi in eccesso nelle buste paghe dei commessi senza dirlo ai titolari delle aziende, capi ufficio che consentono ai dipendenti di uscire prima dell’orario previsto per stare più tempo con i figli soli a casa, impiegati del ministero della Sanità che compilano i moduli dell’assicurazione per far avere più soldi agli assistiti indigenti e una miriade di colleghi di lavoro che si prodigano in aiuti, anche economici, per consentire a chi ha bisogno di avere qualche dollaro in più in tasca: è questo l’universo della «Moral Underground», la resistenza morale, che accomuna migliaia di americani capaci di una miriade di atti di silenzioso altruismo che consentono a molti cittadini di ricevere l’aiuto monetario e il sostegno umano che lo Stato federale non riesce a garantire contro l’impatto della recessione economica.A raccontare quest’America sommersa che incarna la versione più aggiornata del comunitarismo descritto negli studi di Amitai Etzioni della George Washington University, è la sociologa del Boston College Lisa Dodson che nel libro «How ordinary Americans subvert an unfair economy» (Come gli americani comuni sovvertono un’ingiusta economia) raccoglie una collezione di storie e aneddoti su come i singoli hanno deciso di rimediare all’assenza dello Stato nel soccorrere il prossimo, declinando nella vita di tutti i giorni la lezione americana del «fare a modo proprio».Ci si trova così di fronte alla scelta compiuta da Andrew, il direttore di un piccolo fast food del Midwest che si accorge di essere circondato da dipendenti con paghe settimanali che non consentono loro di arrivare alla domenica, fino al punto da non avere soldi a sufficienza per sfamare i figli. Sceglie così di mettere mano alla cassa dell’azienda, aumentandogli i compensi di cifre minime - 10, 20 o 30 dollari - che non causano sconquassi per la contabilità del proprietario ma migliorano di molto le loro vite. Andrew racconta a Dodson che in questo ruolo a metà fra il samaritano e Robin Hood «trova una missione» che è quella di «non punire i genitori perché decidono di lavorare» arrivando fino al limite di adoperare i soldi che lui guadagna per sé, facendo gli straordinari, per averne ancor di più da distribuire. Facendo sempre attenzione a far apparire gli errori di conto del tutto casuali ai dipendenti, al fine di non umiliarli.Poi c’è la storia di Bea, una donna manager di un’impresa molto nota, che fra i dipedenti ha Nancy, mamma della piccola Edy in fibrillazione per il tanto atteso ballo annuale della scuola. Ma Nancy non ha soldi a sufficienza per comprarle il vestito da sera a causa dello stipendio che proprio Bea ha stabilito. Da qui la scelta di ricorrere alle proprie doti di manager, riuscendo a trovare l’azienda che affitta e riprende gli abiti da sera per ragazze, facendone recapitare a sorpresa uno alla piccola Edy, come se fosse una sorta di premio ricevuto del tutto casualmente. «Ci sono delle persone che escono dal seminato pur di aiutare il prossimo - ha detto Dobson in un’intervista radiofonica - perché sentono la responsabilità di riconoscere l’umanità di chi gli è accanto». Al tempo stesso l’autrice si è trovata ad incontrare titolari d’azienda e direttori commerciali che invece «non condividono tali comportamenti e li respingono come non etici» dando scarsa importanza al quadro di difficoltà sociali innescate nelle famiglie dalla perdurante crisi economica che colpisce soprattutto il ceto medio. Nelle fila dei contrari a tali atti di altruismo ci sono anche quegli ascoltatori dell’intervista radiofonica che sono corsi a telefonare al programma definendo «veri e propri furti di danaro» gli esempi citati nel libro. Dodson invece li ritiene un’espressione dell’«America migliore», quella che vede «ogni persona responsabile per il prossimo» e che lei ha osservato nell’esperienza fatta prima come sindacalista e poi come ostetrica opedaliera in universi «molto distanti fra loro ma dove ci sono molte persone che si adoperano per chi si trova in situazioni di bisogno».Nelle ultime pagine del libro Dodson si sofferma su un altro aspetto della crisi sociale in atto: ha che vedere con quanto avviene dentro le singole famiglie «dove molte donne che lavorano ed hanno figli piccoli non possono pagarsi la baby sitter e chiedono ai figli più grandi di stare con fratelli e sorelle» dando vita a situazioni nelle quali «i piccoli passano molto tempo a casa fra loro, in solitudine, con il risultato di maturare la convizione di avere dei pessimi genitori» gettando le basi per future crisi famigliari dalle conseguenze imprevedibili.

Maurizio Molinari - Corrispondente da New York per la Stampa
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=43&ID_articolo=1574&ID_sezione=&sezione=

mercoledì 5 agosto 2009

Una marcia in più!!

Dieci cose da sapere se sei un senzatetto

L’attuale crisi economica è innanzitutto una crisi del mercato immobiliare, che ha costretto centinaia di cittadini statunitensi a lasciare la loro abitazione e diventare da un giorno all’altro dei senza tetto. The Nation pubblica una lista di dieci cose che chiunque si ritrova a vivere per strada farebbe bene a sapere: come collegarsi gratis a internet e cosa portare con sé, dove trovare i migliori bagni pubblici e come far valere i propri diritti, come scegliere dove passare la notte e a chi rivolgersi in caso di difficoltà.

P:s : andate a leggerla è fantastica......!!!

giovedì 30 luglio 2009

Incredibile!!!

Senzatetto via da NY "Vi paghiamo l'aereo"

Bloomberg li rispedisce a casa: "Stanno meglio à"


Liberarsi dei senzatetto pagando, a loro e alle loro famiglie, biglietti di sola andata verso la destinazione che preferiscono: è questo il progetto che il sindaco di New York, Michael Bloomberg, sta realizzando dal 2007 e decide adesso di svelare convinto che possa aiutarlo ad ottenere la rielezione in novembre.«Forse andando altrove gli sarà più facile trovare lavoro, iniziare una nuova vita, avranno maggiore fortuna», dice il sindaco nella Blue Room della City Hall, svelando i dettagli di un programma finora svoltosi al riparo dei riflettori e grazie al quale, dal 2007, sono 550 i senzatetto, con famigliari al seguito, che hanno abbandonato la Grande Mela in aereo, nave, autobus o semplicemente con il pieno di benzina pagato dai contribuenti.Bloomberg è noto per avere il mito dell’efficienza amministrativa e il suo ufficio si premura di sottolineare il successo dell’iniziativa descrivendone i dettagli finora tenuti riservati: le destinazioni più gettonate per i senzatetto «in uscita» sono l’isola di Porto Rico, il sole della Florida oppure la Georgia e le Caroline, del Sud come del Nord, mentre fra chi opta per destinazioni internazionali prevalgono Haiti, Perù, Città del Messico, Trinidad e Tobago, l’Ucraina, Santo Domingo e Casablanca, in Marocco, forse perché si tratta dei luoghi di nascita di molti dei beneficiari del «programma di viaggi», gestito da un’agenzia ad hoc scelta dal municipio. Mezzo preferito: il busIncalzato dalle domande sulla genesi dell’insolita iniziativa che sembra confermare il declino economico di una metropoli che non è più in grado di appare i sogni di chi vi arriva, Bloomberg risponde con un secco: «A conti fatti ci conviene». Questo perché il mantenimento di una famiglia «homeless» nei posti i accoglienza gestiti dal comune costa ogni anno all’erario pubblico 36 mila dollari mentre «il valore medio dei biglietti al confronto è assai basso» anche perché «la maggioranza preferisce il bus, pochi vanno all’estero e ancora di meno chiedono biglietti aereo per lunghe distanze».Secondo una stima, il 37 per cento ha abbandonato New York a bordo di autobus, il 15 salendo su un treno e il 48 recandosi in aeroporto per destinazioni in gran parte all’interno del territorio degli Stati Uniti. Per confermare l’analisi costi-benefici, Bloomberg diffonde i costi specifici pagati per alcuni biglietti aerei: mandare un’intera famiglia a Parigi è costato 6332 dollari, a Orlando in Florida appena 858,40 dollari e a San Juan, Porto Rico, ancora meno, 484,20.Pieno di benzina e dietrofrontIl «New York Times» è andato ad intervistare alcuni degli «homeless» beneficiati dai biglietti omaggio di Bloomberg e ha scoperto che Hector Correa, tornato nella natìa Porto Rico, si dice sollevato perché «ho scoperto che New York mi dava assai meno di quanto avrei pensato».Altrettanto contento è Vida Chavez-Downes, il direttore della «Resource Room» del sindaco per coordinare il «trasferimento delle famiglie», che rivendica il merito di gestire una macchina organizzativa molto efficiente: «Siamo noi che paghiamo per i visti, andiamo nei consolati, garantiamo le lettere che servono per i passaporti necessari a chi vuole andarsene. Basta venire da noi e bussare alla porta». Con Chavez-Downes lavorano 11 «assistenti sociali» e sono loro a discutere con i diretti interessati come e quando lasciare la metropoli: una famiglia di dieci persone ha accettato di tornare a Porto Rico a bordo di un volo low cost JetBlue mentre una coppia in cerca di lavoro, appena giunta in auto dal Michigan, ha fatto rapidamente marcia indietro in cambio di 400 dollari di buoni benzina.Un volo per cinque verso ParigiNel caso dei 6332 dollari spesi per un «viaggio a Parigi» il costo più alto rispetto alla media si spiega con i cinque biglietti internazionali per la capitale francese ai quali se ne sono dovuti aggiungere altrettanti in treno per la cittadina di Granville, perché questa era la destinazione finale prescelta da una coppia di genitori con tre figli evidentemente incapace di sostentarsi a New York.Bersagliato da critiche e ironie sui giornali cittadini, Bloomberg è convinto che si tratti di misure molto popolari in vista dell’appuntamento con la rielezione, anche perché afferma di rifarsi all’esempio dell’Esercito della Salvezza che in tempi remoti aveva un analogo programma, denominato «Homeward Bound». Rasta da vedere se altri seguiranno l’esempio del sindaco che punta a centrare l’obiettivo del terzo mandato. Il Parlamento delle Hawaii si è affrettato a far sapere di essere molto contrario: «Per noi significherebbe pagare soltanto biglietti aerei e costerebbe davvero troppo alle casse dello Stato».

La Stampa - 30/07/2009