venerdì 31 luglio 2009

Roma, clochard si impicca a inferriata della chiesa


ROMA, CLOCHARD SI IMPICCA A INFERRIATA CHIESA

(AGI) - Roma, 30 luglio 2009

Un uomo impiccato all'inferriata esterna della finestra di una chiesa al centro di Roma. Parrebbe avere i contorni del "giallo" ma con ogni probabilita' e' solo una tragedia della solitudine la morte di Ruggero I., 45 anni, il "clochard" originario di Barletta trovato cadavere fuori San Rocco all'Augusteo, in uno dei "triangoli" piu' famosi e suggestivi della capitale, quello delimitato da via di Ripetta, piazza Augusto Imperatore e via Tomacelli, a poca distanza dall'Ara Pacis. Il macabro rinvenimento e' stato effettuato all'alba dell'altro ieri dai carabinieri che, avvertito il pm di turno ed eseguiti i rilievi del caso, hanno disposto la rimozione della salma. Al momento, tutto lascia propendere per l'ipotesi del suicidio, anche se le indagini potranno ritenersi chiuse solo quando saranno disponibili i risultati definitivi dell'esame autoptico. Ma la conferma che si e' trattato di un gesto di disperazione non bastera' a lenire, tutt'altro, il disappunto di quei residenti del quartiere che con il tempo avevano fatto l'abitudine a quel signore che - a dispetto dei suoi precedenti penali e della mancanza di una casa e di una vita regolare - viene descritto come sempre vestito "in modo dignitoso", "gentile" e, soprattutto, "mai aggressivo", che si accontentava di quel poco che gli allungava chi aveva bisogno di parcheggiare l'auto o la moto nelle vie di Campo Marzio. Ad alcuni di quei residenti Ruggero negli ultimi tempi avrebbe confidato di essere "preoccupato", soprattutto dopo che un gruppo di posteggiatori extracomunitari, abusivi come lui - in assenza di un altro "collega" - in qualche occasione lo avrebbero taglieggiato, minacciato, addirittura percosso. Un clima difficile, ostile, che in qualche misura potrebbe averne influenzato la scelta.

giovedì 30 luglio 2009

Incredibile!!!

Senzatetto via da NY "Vi paghiamo l'aereo"

Bloomberg li rispedisce a casa: "Stanno meglio à"


Liberarsi dei senzatetto pagando, a loro e alle loro famiglie, biglietti di sola andata verso la destinazione che preferiscono: è questo il progetto che il sindaco di New York, Michael Bloomberg, sta realizzando dal 2007 e decide adesso di svelare convinto che possa aiutarlo ad ottenere la rielezione in novembre.«Forse andando altrove gli sarà più facile trovare lavoro, iniziare una nuova vita, avranno maggiore fortuna», dice il sindaco nella Blue Room della City Hall, svelando i dettagli di un programma finora svoltosi al riparo dei riflettori e grazie al quale, dal 2007, sono 550 i senzatetto, con famigliari al seguito, che hanno abbandonato la Grande Mela in aereo, nave, autobus o semplicemente con il pieno di benzina pagato dai contribuenti.Bloomberg è noto per avere il mito dell’efficienza amministrativa e il suo ufficio si premura di sottolineare il successo dell’iniziativa descrivendone i dettagli finora tenuti riservati: le destinazioni più gettonate per i senzatetto «in uscita» sono l’isola di Porto Rico, il sole della Florida oppure la Georgia e le Caroline, del Sud come del Nord, mentre fra chi opta per destinazioni internazionali prevalgono Haiti, Perù, Città del Messico, Trinidad e Tobago, l’Ucraina, Santo Domingo e Casablanca, in Marocco, forse perché si tratta dei luoghi di nascita di molti dei beneficiari del «programma di viaggi», gestito da un’agenzia ad hoc scelta dal municipio. Mezzo preferito: il busIncalzato dalle domande sulla genesi dell’insolita iniziativa che sembra confermare il declino economico di una metropoli che non è più in grado di appare i sogni di chi vi arriva, Bloomberg risponde con un secco: «A conti fatti ci conviene». Questo perché il mantenimento di una famiglia «homeless» nei posti i accoglienza gestiti dal comune costa ogni anno all’erario pubblico 36 mila dollari mentre «il valore medio dei biglietti al confronto è assai basso» anche perché «la maggioranza preferisce il bus, pochi vanno all’estero e ancora di meno chiedono biglietti aereo per lunghe distanze».Secondo una stima, il 37 per cento ha abbandonato New York a bordo di autobus, il 15 salendo su un treno e il 48 recandosi in aeroporto per destinazioni in gran parte all’interno del territorio degli Stati Uniti. Per confermare l’analisi costi-benefici, Bloomberg diffonde i costi specifici pagati per alcuni biglietti aerei: mandare un’intera famiglia a Parigi è costato 6332 dollari, a Orlando in Florida appena 858,40 dollari e a San Juan, Porto Rico, ancora meno, 484,20.Pieno di benzina e dietrofrontIl «New York Times» è andato ad intervistare alcuni degli «homeless» beneficiati dai biglietti omaggio di Bloomberg e ha scoperto che Hector Correa, tornato nella natìa Porto Rico, si dice sollevato perché «ho scoperto che New York mi dava assai meno di quanto avrei pensato».Altrettanto contento è Vida Chavez-Downes, il direttore della «Resource Room» del sindaco per coordinare il «trasferimento delle famiglie», che rivendica il merito di gestire una macchina organizzativa molto efficiente: «Siamo noi che paghiamo per i visti, andiamo nei consolati, garantiamo le lettere che servono per i passaporti necessari a chi vuole andarsene. Basta venire da noi e bussare alla porta». Con Chavez-Downes lavorano 11 «assistenti sociali» e sono loro a discutere con i diretti interessati come e quando lasciare la metropoli: una famiglia di dieci persone ha accettato di tornare a Porto Rico a bordo di un volo low cost JetBlue mentre una coppia in cerca di lavoro, appena giunta in auto dal Michigan, ha fatto rapidamente marcia indietro in cambio di 400 dollari di buoni benzina.Un volo per cinque verso ParigiNel caso dei 6332 dollari spesi per un «viaggio a Parigi» il costo più alto rispetto alla media si spiega con i cinque biglietti internazionali per la capitale francese ai quali se ne sono dovuti aggiungere altrettanti in treno per la cittadina di Granville, perché questa era la destinazione finale prescelta da una coppia di genitori con tre figli evidentemente incapace di sostentarsi a New York.Bersagliato da critiche e ironie sui giornali cittadini, Bloomberg è convinto che si tratti di misure molto popolari in vista dell’appuntamento con la rielezione, anche perché afferma di rifarsi all’esempio dell’Esercito della Salvezza che in tempi remoti aveva un analogo programma, denominato «Homeward Bound». Rasta da vedere se altri seguiranno l’esempio del sindaco che punta a centrare l’obiettivo del terzo mandato. Il Parlamento delle Hawaii si è affrettato a far sapere di essere molto contrario: «Per noi significherebbe pagare soltanto biglietti aerei e costerebbe davvero troppo alle casse dello Stato».

La Stampa - 30/07/2009
Due milioni vivono in povertà assoluta

Nel 2008 in Italia 1.126.000 famiglie è risultato in condizioni di povertà assoluta, per un totale di 2.893.000 persone, pari al 4,9 per cento dell’intera popolazione. È quanto emerge dal rapporto Istat sulla povertà. Quasi 5 italiani su 100 possono essere considerati «i poveri tra i poveri» dal momento che non possono conseguire uno standard di vita minimamente accettabile.Sono 8 milioni 78mila le persone povere in Italia, il 13,6% dell’intera popolazione. Il fenomeno è maggiormente diffuso al sud (23,8%), dove l’incidenza di povertà relativa è quasi cinque volte superiore a quella del resto del Paese. È quanto emerge dal rapporto Istat sulla povertà relativa nel 2008 presentato oggi a Roma. La percentuale di famiglie relativamente povere (la soglia di povertà per un nucleo di due componenti è rappresentata dalla spesa media mensile per persona e nel 2008 è risultata pari a 999,67 euro) , riferisce l’Istat, è comunque sostanzialmente stabile negli ultimi quattro anni e immutati sono i profili della famiglie povere. Il fenomeno è stabile rispetto al 2007 a causa del peggioramento osservato tra le tipologie familiari che tradizionalmente presentano un’elevata diffusione della povertà e del miglioramento della condizione delle famiglie di anziani. L’incidenza di povertà risulta però in crescita tra le famiglie più ampie (dal 14,2% al 16,7% tra quelle di quattro persone e dal 22,4% al 25,9% tra quelle di cinque o più) , soprattutto per le coppie con due figli (dal 14% al 16,2%) e ancor più tra quelle con minori (dal 15,5% al 17,8%). In aumento la povertà nelle famiglie di monogenitori (13,9%), nei nuclei con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 27,5% al 33,9%), tra quelle che percepiscono esclusivamente redditi da lavoro, e cioè con componenti occupati, (dal 6,7% al 9,7%) e ancor più tra le famiglie con a capo un lavoratore in proprio (dal 7,9% all’11,2%). Soltanto le famiglie con almeno un componente anziano mostrano una diminuzione dell’incidenza di povertà (dal 13,5% al 12,5%) che è ancora più marcata in presenza di due anziani o più (dal 16,9% al 14, 7%).

La Stampa - 30/07/2009

lunedì 27 luglio 2009

LASCIATE STARE I BARBONI

Sono venuto a conoscenza che in diverse città italiane si stanno approntando – a cura degli assessorati alle politiche sociali dei Comuni – alcune “task-force” per prestare soccorso ai barboni (o clochard, per usare un termine più bello); si prevede addirittura un T.S.O. (Trattamento Sanitario Obbligatorio), che si usa di norma per i malati di mente, per i barboni che non vogliono essere ricoverati nei Centri di Accoglienza..
Non ho capito bene il motivo che sta sotto a queste decisioni, ma – poiché escluderei la volontà da parte delle amministrazioni pubbliche di “fare del bene” a qualcuno – mi sorge il sospetto che la motivazione è presto trovata: togliere dalla strada e spedire in manicomio questi individui che vivono una vita “diversa” da quella di tutti noi; se vogliamo dirla tutta è la filosofia che adottava Hitler e poco dopo Stalin, ma lasciamo perdere le polemiche e andiamo avanti.
Mi è venuto in mente di parlare di barboni in quanto ho avuto il piacere di conoscerne uno e, nella sua “particolarità”, mi ha completamente affascinato; dunque vi voglio narrare alcune mie impressioni e ricordi di questo signore, del quale non conosco il nome, ma che una volta mi ha chiesto se conoscevo San Pietro; gli ho risposto pregandolo di farmi capire il motivo per cui gli interessava San Pietro e lui mi ha controbattuto che il santo gli aveva assicurato il suo interessamento per fargli avere una nave che lo avrebbe condotto in America; lui capiva benissimo che San Pietro aveva mille cose da fare e quindi si poteva essere dimenticato della promessa fatta ed era per questo che cercava qualcuno che lo potesse mettere in contatto con lui.
Oltre a questa “fissazione”, il nostro clochard non chiedeva niente, al massimo se proprio gli offrivi qualcosa, sceglieva un po’ di pane (purché raffermo, perché bagnandolo prendeva più sostanza) e qualche cartone, utile per passare la notte all’addiaccio, cosa che il nostro barbone faceva sistematicamente, d’estate e d’inverno: l’ho sentito rifiutare il ricovero presso alcune suore disposte ad ospitarlo per la notte; lui ringraziava e se ne tornava per strada, sempre alla ricerca di San Pietro. Non faceva male a nessuno, non chiedeva niente a nessuno, l’unica cosa che lo caratterizzava era quella di essere “diverso” da noi.
Noi mangiamo e beviamo per poi andare di corpo (guai se si interrompe il ciclo); poi lavoriamo e produciamo soldi che utilizziamo per acquistare cose in gran parte superflue (anche qui, sono guai se si interrompe il ciclo): evidentemente qualcuno tra noi, ogni tanto, si ritrova a pensare al tipo di vita che sta conducendo e, nel fare questo, manda in corto circuito il proprio cervello; e quindi esclude dalla propria mente il continuare a fare quella vita e va a cercarne una diversa, magari in America, con la nave promessa da San Pietro, come accade al mio barbone.
Per concludere voglio raccontarvi di un altro barbone, questo di stanza a Torino, che ebbe il coraggio di tuffarsi nel Po e salvare una persona che vi stava annegando; arrivarono le TV, i giornali e fioccarono le interviste: a tutti rispose gentilmente ma con estrema riservatezza; rifiutò di diventare un personaggio televisivo come desideravano gli altri mettendolo nella gabbia del “Grande Fratello”; rifiutò anche dei soldi ed un lavoro che gli veniva offerto; tornò a fare quello che faceva prima, chiedendo sommessamente di essere lasciato in pace, chiedendo di lasciarlo essere soltanto “un barbone”, una persona “diversa” ma non per questo inferiore o superiore a tutti noi.
Insomma, non mi risultano azioni violente di “barboni” ai danni di “normali”, mentre mi risultano parecchie violenze di “normali” ai danni di “barboni”; che vorrà dire??

http://visionidelmondo.myblog.it/archive/2009/04/20/lasciate-stare-i-barboni.html

domenica 26 luglio 2009

Riflessioni

BARBONI, GLI ULTIMI INVISIBILI

Di: gloria - Fonte: Tempus Vitae


"Non hanno alcun padrone, alcun samaritano perché non chiedono nulla"

Il paese più ricco di barboni è l’America. A New York occupano gli angoli di tutte le strade, i giardini delle chiese e disegnano il verde dei prati come tante orchidee del paradosso. A San Francisco, per il suo clima, per l’amministrazione comunale tollerante, i barboni giungono da ogni parte e si siedono uno accanto all’altro, come a Cesarea d’Egitto nel IV secolo dopo Cristo. Una città con il venticinque per cento di omosessuali, conosce bene il pregiudizio e l’emarginazione. Ma ci sono a Roma, a Parigi, a Tokio.La geografia del barbone è quella dei paesi arricchiti, dove la sopravvivenza è legata al superfluo, all’inutile; dove si muore per iperalimentazione e ogni cittadino ha almeno un’auto; dove lo spreco è il sistema d’esistenza, il consumo il criterio di identità e gli oggetti hanno la dignità della carne umana. Sono concentrati dove dominano gli eroi dell’oro, le dinastie del denaro.Non ho trovato barboni in Africa, nell’Asia della fame: qui domina la povertà. Anche nell’Occidente ricco c’è povertà, ma ha un volto differente dal barbone. La povertà deve rispettare e amare la ricchezza, ne dipende, ne ha bisogno. La povertà cerca un riscatto e chiede. Il barbone non chiede perché non ha bisogno di niente. Talvolta lo scrive su un cartello che poi appoggia al suo corpo, mentre dorme, per non essere continuamente richiamato da chi ha voglia di dare. La povertà è necessaria alla ricchezza, permette le buone azioni e di rivestire la propria coscienza, abituata a rubare. La visione del mondo del povero è identica a quella del ricco.Ho conosciuto i santi dei poveri, coloro che danno la vita ai poveri: sono identici ai ricchi, a quelli che la provocano. Sulla povertà è nata una industria, simile alle grandi imprese. Sono santi compromessi col potere, amano gli agi anche se con lo stile d’un masochista, un preziosismo del vizio. Chi genera povertà, crea anche i samaritani che la governano: sono vestiti in modo diverso, ma sono come i ricchi. Nel copione è inclusa la critica ai padroni, ruolo che svolgevano un tempo i buffoni di corte.Sui drogati, i nuovi poveri, è nato un impero: non mi riferisco agli spacciatori, ma agli apostoli, alla mafia della bontà. Un potere che ha per provvidenza i governi e gli stessi spacciatori. Sugli emigrati è nato un mercato clandestino dello sfruttamento, gestito da chi ha sete di giustizia. Una povertà perpetua, necessaria, saranno con voi per sempre.I barboni non hanno alcun padrone, alcun samaritano perché non chiedono nulla, non hanno bisogno d’un letto per dormire o d’una mensa per sfamarsi. Nessuno si può santificare sulla loro condizione. è paradossale: persino la povertà genera ricchezza. Non i barboni. I santi della povertà girano in macchine blindate, con le segretarie, telefoni diretti col potere. Ricordano i kapò dei campi di concentramento nazisti.In ogni città cerco i barboni. Un appuntamento fisso, come un tempo i musei, i monumenti illustri. E come allora faccio fotografie. Li fisso così per sempre nella memoria d’una camera oscura, come testimonianza di questo tempo, del volto umano. Stufo delle maschere del carnevale quotidiano, vado nelle piazze per guardare un barbone, coperto di pelo, di polvere, e di puzza. Preferisco l’odore della cacca a quello dei concimi chimici; la puzza d’un barbone al profumo d’un inutile e impellicciato corpo di donna.Mi siedo sullo stesso marciapiede e rimango silenzioso. Poi scatto una immagine, come facevo per il più caro amico della mia adolescenza. Ho una stanza tappezzata di foto di barboni; barboni di tutto il mondo. Mi sono talmente familiari da sembrarmi autoritratti del barbone che è dentro di me. Il volto è una pergamena su cui è scritta la biografia di ciascuno. Si stampa, inconsapevole, mentre ognuno scrive un racconto che non gli appartiene. Il volto è la rappresentazione del nostro passato, inciso sulla fronte, dentro lo sguardo. Non c’è bisogno di chiedere e avere risposta; nel silenzio si può decifrare questa infallibile tavola di Rosetta, testimone d’una esistenza che lenta si fa morte.Ho guardato anche il movimento d’un barbone, i suoi gesti, e talora mi sono sembrate sequenze d’un balletto al Bolscioi. Il gesto di raccogliere qualcosa da un sacco d’immondizia quando tutti ormai si curvano per rubare, è poetico. Il silenzio d’un barbone è soave, in mezzo a un brusio di delatori e falsi profeti.Ho incontrato anche donne, immobili agli angoli delle strade: le barbone. Forse hanno partorito, hanno donato il loro corpo a un marito, forse hanno tentato, invano, d’essere donne e sono diventate barbone. Lo stesso vuoto, l’identico silenzio, il medesimo odore.Manca solo la barba e forse è questo il loro unico desiderio.La povertà mi rattrista, un barbone mi consola. Violento il povero con un obolo, rispetto il barbone con il silenzio, guardandolo muto.Questa maschera d’uomo servirà a vedere meglio le maschere disumane che ognuno di noi indossa. Il barbone è la maschera del mistero, fatto di vuoto, di silenzio e di una lunga, disordinata barba.

http://www.tempusvitae.it/headlines/articolo_view.asp?ARTICOLO_ID=14640