martedì 14 aprile 2009

Polonia: brucia dormitorio
per senza casa, 22 le vittime

13 aprile 2009

Un violento incendio scoppiato durante la scorsa notte in un ostello per famiglie senzatetto nel nord-ovest della Polonia ha ucciso almeno 22 persone, rimaste intrappolate fra le fiamme e il fumo, mentre almeno altre 20 persone si sono salvate la vita saltando dalle finestre ma procurandosi gravi fratture.

Il bilancio, dei vigili del fuoco della cittadina di Kamieniec Pomorski, potrebbe essere ancora provvisorio, perché i soccorritori stanno ancora cercando eventuali altre vittime fra le rovine una volta domate le fiamme.

Fra le 20 persone rimaste ferite lanciandosi dalle finestre, anche del terzo piano, per mettersi in salvo dal fuoco, c’è anche un bimbo di 18 mesi, le cui condizioni fonti mediche definiscono «soddisfacenti».

«C’erano delle scale, ma arrivavano solo al primo piano», ha racconta alla tv un testimone, Dariusz Janyszko, fratello di una delle vittime. «Ho gridato a mia sorella che era al secondo piano di saltare giù, me lei non l’ha fatto e poi è stato troppo tardi», ha aggiunto. Dalle finestre dell’edificio uscivano fiamme enormi. Molte delle persone all’interno dell’ostello erano visitatori venuti per trascorrere la Pasqua con familiari e amici. Il premier polacco, Donald Tusk, stamani ha visitato stamani il teatro della tragedia e ha promesso l’aiuto del governo alle vittime e alle loro famiglie, mentre il presidente polacco, Lech Kaczynski, ha indetto tre giorni di lutto nazionale.

Usa; Michelle Obama serve risotto coi funghi ai senzatetto
Gesto simbolico per focalizzare l'attenzione sui più bisognosi

Washington, 5 mar. 2009 (Apcom) - Farsi servire il risotto coi funghi dalla First Lady in persona è un'esperienza che certamente non si vive di solito. E' toccata a un gruppo di senzatetto, uomini e donne, che affollavano un centro di distribuzione del cibo a pochi isolati dalla Casa Bianca, che all'ora del pranzo hanno visto Michelle Obama prendere posto fra gli addetti alla distribuzione e versare mestolate di pietanza nei vassoi della gente in fila. L'arrivo di Michelle è stato una sorpresa totale per gli avventori, perché nessuno di loro era stato avvertito in anticipo. Il centro, Miriam's Kitchen, fornisce assistenza a circa 250 senzatetto. Si è trattato di un gesto simbolico per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle necessità dei più poveri in tempo di crisi. I tempi sono duri, ha detto la First Lady, e tutti devono dare una mano. Chi non può donare denaro o cibo, conceda parte del suo tempo.

sabato 11 aprile 2009

Il Romanzo che mi ha salvato la vita.

Anteprima Due poliziotti, due ladruncoli e i fallimenti della società

Sbronzo, donatore di sangue a pagamento, vagabondo, nel 1973 James Ellroy rubò per tre volte «Il campo di cipolle» di Joseph Wambaugh.
Lo beccarono sempre.
La quarta copia la comprò, lo lesse e capì tutto.

Col passare del tempo, gli scrittori accumulano debiti. Sono loro a determinare le origini del proprio mestiere. Si guardano indietro. Registrano i libri che hanno letto, lo stile e i temi che hanno assimilato, i grandi dolori che gli hanno fatto giurare vendetta sulla carta. Gli scrittori di noir bramano demoni da camera a gas e psicopatici sessuali. Arrivati alla mezza età, soppesano i momenti importanti. Ricominciano da capo la propria formazione criminale. La mia è avvenuta più che altro per strada, e alla lunga si sarebbe dimostrata ingenua. Il fallimento come stile di vita. Amici idioti. Libri, libri, libri. I libri erano sempre e solo noir. Tramutavano magicamente il mio dolore infantile. Mi facevano una trasfusione narrativa. Mi restituivano il mio mondo ma su un piano più alto ed erotizzato. Gli scrittori andavano e venivano. Alcuni trasformavano la fuga dalla realtà in studio teorico. Un solo uomo era diventato sia un rimprovero morale sia un maestro a tempo pieno. Questo è per lui. Era l' autunno del 1973. Avevo venticinque anni. A Los Angeles facevo quello che volevo, con circospezione. Avevo un aspetto grottesco. Ero uno e 90 per 63 chili. Il peso del mio corpo - parte alta - stava tutto nelle pustole. La mia dieta consisteva in carne in scatola rubata, cene non pagate al ristorante, vino Thunderbird e droga. Dormivo in uno scatolone dietro un supermercato. Ci stavo stretto. I vestiti smessi tenevano caldo ma non erano granché comodi. Stavo dalle parti di un quartiere schifoso e degli accampamenti di barboni. Mi portavo dietro un rasoio e mi facevo la barba a secco nei cessi delle stazioni di servizio. Mi innaffiavo con le pompe da giardino per avere un' aria un po' meno sporca e puzzolente. Vendevo il plasma per cinque dollari a botta. Vagabondavo per L.A. Di tanto in tanto, facevo una gita sporadica nel carcere di contea. Ero un piccolo misantropo in missione. La mia missione era LEGGERE. Leggevo nelle biblioteche pubbliche e nel mio scatolone. Leggevo esclusivamente noir. Il mio mandato come studioso del crimine durava da 15 anni. Mia madre era stata assassinata nel giugno del 1958. Il suo rimase un caso irrisolto di omicidio a sfondo sessuale. Avevo dieci anni, all' epoca. La morte di mia madre non mi inflisse i soliti traumi. Odiavo e desideravo le donne. L' assassinio si infiltrò nel mio curriculum mentale e mi spinse verso un' ossessione a tempo pieno. Il mio campo di studi era il CRIMINE. Autunno 1973. Giornate calde, mozzate dallo smog. Notti impacciate come l' inquilino dello scatolone. Joseph Wambaugh aveva pubblicato un libro nuovo. Il titolo era Il campo di cipolle. Per la prima volta non era propriamente un romanzo, piuttosto una storia vera. Due delinquentucoli rapiscono due agenti del Los Angeles Police Department. Da lì in poi le cose vanno di male in peggio. Avevo letto un estratto su una rivista, ancora prima che il libro uscisse. Alla biblioteca di Hollywood ero mezzo sbronzo. L' estratto era breve. Fu come uno schiaffo. Volevo di più. La data di pubblicazione si avvicinava. Due colpi alla banca del sangue mi avrebbero assicurato i soldi per il prezzo di copertina e una sbornia. Vendetti il plasma. Ottenni i quattrini. Li sperperai in Thunderbird, sigarette e hot dog con crauti. Impazzivo dalla voglia di leggere quel libro. Bisogni contrari e più urgenti me lo impedivano. La frustrazione regnava sovrana. Ero nella morsa dell' ambivalenza. Le mie pulsioni chimiche, tese alla sopravvivenza, guerreggiavano con il più alto richiamo alla lettura. Mi sbronzai e andai a Hollywood in autostop. Raggiunsi il Pickwick Bookstore. Mi tirai fuori la camicia dai pantaloni e feci affidamento sulla mia magrezza. Mi ficcai una copia de Il campo di cipolle nei pantaloni e tagliai la corda. Ci si mise di mezzo il destino... in forma del Los Angeles Police Department. Avevo letto ottanta pagine e rotti. Letture diurne sulle panchine dei giardini pubblici, letture notturne nello scatolone. Avevo incontrato due sbirri rapiti e mi piacevano. Ian Campbell, condannato a morire giovane. Un suonatore di cornamusa americano, ma di origine scozzese. Intelligente, un po' cupo. Trasferito a L.A. nel 1958. Diventa un poliziotto? Sicuro. Orgoglioso, senza perdere un che di selvaggio, racimola 500 dollari al mese. Karl Hettinger, il compagno di Campbell. Uno spirito caustico, cinico solo in superficie, e subito sotto tutto nervi. Gregory Powell e Jimmy Smith, un team interrazziale. Sono in libertà vigilata. Powell, il bianco, è il capo. Un figlio di puttana secco e col collo lungo. Smith, il nero, è un tossico. È il tirapiedi e si scopa di nascosto la zoccola di Powell. Vanno in giro a rapinare i negozi di liquori. Campbell e Hettinger sono di pattuglia la notte. Inevitabile che i quattro collidano. Il carattere è il destino. Va di merda, va male dall' inizio alla fine. Toc toc. Colpi di manganello sulla porta del mio scatolone. Sono gli agenti Dukeshearer e McCabe, Wilshire Division, Lapd. Mi hanno già beccato. Poliziotti che intervengono contro un ubriaco, stavolta. Qualcuno mi ha visto saltare nel mio scatolone e ha chiamato la polizia. Dukeshearer e McCabe mi trattano con l' espansiva cortesia che gli sbirri riservano ai patetici. Notano la mia copia de Il campo di cipolle e mi fanno i complimenti per il buon gusto delle mie letture. Vado alla Wilshire Station. La copia numero 1 de Il campo di cipolle scompare. L' udienza si tiene la mattina dopo. Mi dichiaro colpevole. Il giudice mi condanna time served, vale a dire che non mi sbattono istantaneamente fuori dall' aula, ma che mi portano al fresco poi mi rilasciano di lì. Resto dentro sedici ore. Perquisizione corporale, radiografie al torace, esami del sangue, spidocchiamento. Esposizione intensiva a svariati campioni di disgraziati indigeni di L.A., tutti dotati di più machismo e verve di me. Una drag queen messicana, Peaches, mi stritola un ginocchio. Io colpisco quel puto del cazzo alla mascella. Peaches va giù, si rialza e mi dà un calcio in culo. Due secondini sedano il casino, tutti contenti. Applausi (parecchi) per Peaches. Fischi (pochi) per me. Volevo tornare nel mio scatolone. Volevo tornare al mio Crime Time. Volevo stare con Ian e Karl e gli assassini. Entrai e uscii di prigione nel giro di venti ore. Il Crime Time diventò il Wambaugh Time. Rubai una pinta di vodka, mi sbronzai e camminai fino a Hollywood. Raggiunsi il Pickwick Bookstore e fregai la copia numero 2 de Il campo di cipolle. Lessi qualche pagina diurna su una panchina ai giardini pubblici e tornai al mio scatolone al tramonto. Adesso ero arrivato a 150 pagine e rotti. Toc toc. Colpi di manganello sulla porta del mio scatolone. Sono gli agenti Dukeshearer e McCabe, Wilshire Division, Lapd. Ragazzo, ci sei saltato in ' sto scatolone. Ti hanno visto. Gesù, sei di nuovo lì a leggere quel libro di Wambaugh. Stessa solfa. Stessi poliziotti che intervengono contro un ubriaco. Stesso giudice. Stessa condanna. Stessa detenzione e stesso rilascio, nel giro di altre venti ore. Che rabbia. Che stanchezza. Completamente fuori. Definizione di demenza: fare e rifare sempre la stessa merda, aspettandosi però risultati diversi. Volevo tornarmene a quel libro. Ero Wambaugh Time dipendente e ubriaco di rimorso Wambaugh-inflitto. Wambaugh Time. Rimorso Wambaugh-inflitto. Ricavarne qualche insegnamento? Cambiare vita?... no, non ancora. Uscii di prigione. Rubai una pinta di vodka, mi sbronzai e camminai fino a Hollywood. Raggiunsi il Pickwick Bookstore e fregai la copia numero 3 de Il campo di cipolle. Lessi qualche pagina diurna su una panchina ai giardini pubblici e mi acquattai a cagare dietro un cespuglio vicino al mio scatolone. Adesso ero arrivato a duecentocinquanta pagine e rotti. Poc poc. Colpi di manganello sulle gambe. Sono due agenti nuovi, Wilshire Division, Lapd. Di nuovo la stessa solfa, o quasi. Perdo la copia numero 3. Dritto alla Wilshire Station. Finisco in aula e vedo lo stesso giudice. Ne ha le scatole piene delle mie recite. Le mie ciance lo offendono. Mi dà una possibilità; sei mesi nel carcere di contea o tre alla missione «Harbor Light» dell' Esercito della salvezza. Vaglio le opzioni. Opto per gli inni nei quartieri malfamati. Il programma era semplice e rigidamente applicato. Prendere l' Antabuse, un farmaco che dovrebbe scoraggiare il consumo di alcolici. Bevi e ti riduci a un virtuosissimo schifo. Dividere la stanza con un altro ubriaco. Frequentare le funzioni in chiesa, dar da mangiare agli homeless e distribuire opuscoli su Gesù Cristo in tutta la zona. Lo feci. Presi l' Antabuse, combattei il delirium tremens da deprivazione etilica e mi mantenni sobrio. Dormivo male. Il mio cervello continuava a macinare Il campo di cipolle. Dividevo la stanza con uno strambo ex prete. Aveva lasciato la chiesa per diventare un vagabondo ubriacone e star dietro alle puttane. Era un grandissimo lettore. Disprezzava il mio curriculum infarcito esclusivamente di gialli. Non distingueva Joseph Wambaugh da Gesù o da Rin Tin Tin. Cercai di spiegargli che cosa Wambaugh significasse. Gli riversai addosso i miei pensieri, raffazzonati. Non mi conoscevo davvero. La mia banca del sangue era a tre isolati dalla missione. Vendetti il sangue due volte e guadagnai i soldi per il libro. Camminai fino a una libreria in centro. Comprai la copia numero 4 de Il campo di cipolle e lo lessi da cima a fondo. Lo sdegno di Wambaugh. L' enorme pietas umana di Wambaugh. E, alla fine, il messaggio di speranza di Wambaugh, chiaro ed evidente ma come in sordina. Rilessi il libro. Assorbii quello che sapeva Wambaugh. Lo incastrai in quello che sapevo io, e il risultato fu che vidi l' altro lato della luna. Quasi non riuscivo a eludere la sua forza morale. Io violavo abitualmente l' ordine sociale che Wambaugh esprimeva con tanta eloquenza. Sul piano etico, Joseph Wambaugh mi metteva alla corda, ed era giusto così. Quel libro mi commosse e mi spaventò. Mi rimproverò la trascuratezza della vita che conducevo. Grazie a quel libro, piano piano, scordai i miei problemi e cominciai a osservare gli altri, in silenzio. © by James Ellroy Published by arrangement with Agenzia Letteraria Roberto Santachiara Il volume Una «storia vera» nella Los Angeles degli anni Sessanta «Il campo di cipolle» (trad. Bruno Oddera, pp. 480, 21) è una «true story» scritta da Joseph Wambaugh nel 1973. Esce martedì da Einaudi Stile libero nell' ambito di un piano che prevede la pubblicazione dell' intera opera dello scrittore. Il testo che anticipiamo è l' introduzione di James Ellroy (trad. Alessandra Montrucchio). L' autore di «Dalia nera» L' ex poliziotto

Ellroy James

22 marzo 2009 - Corriere della Sera

giovedì 9 aprile 2009

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Milano, arrestati due agenti accusati di aver ucciso senzatetto


MILANO (Reuters) - Due agenti della polizia ferroviaria sono stati arrestati con l'accusa di aver picchiato a morte un senzatetto italiano lo scorso settembre in un commissariato alla stazione Centrale di Milano, un'accusa che i due arrestati respingono sostenendo che l'uomo è morto per un malore dopo aver avuto un diverbio con loro.

Lo hanno riferito oggi fonti investigative.

I due agenti della Polfer sono stati arrestati nei giorni scorsi con l'accusa di aver ucciso l'uomo, di circa 60 anni, lo scorso 6 settembre.

Secondo la ricostruzione della procura, l'uomo si trovava fuori dalla stazione Centrale, sul lato verso piazza IV novembre, assieme ad altre persone ed era ubriaco, come risultato dagli esami tossicologici.

Allora, sempre secondo la procura, i due poliziotti si sarebbero avvicinati e avrebbero avuto una discussione con l'uomo e i suoi compagni che successivamente si sarebbero allontanati lasciandolo solo coi poliziotti. Allora i poliziotti lo avrebbero portato nel commissariato della stazione dove sarebbe avvenuto il pestaggio, secondo la ricostruzione del pm Isidoro Palma.

I risultati dell'autopsia hanno rivelato che l'uomo aveva la milza spappolata e diversi traumi e lividi che dimostrerebbero la morte per pestaggio.

I due agenti della Polfer invece -- che negano tutto -- sostengono che dopo averlo portato in commissariato per incriminarlo di ubriachezza molesta, l'uomo avrebbe tirato fuori un coltello -- poi ritrovato, ma mai usato, secondo il pm. E' a quel punto che i due agenti, secondo la loro versione dei fatti, avrebbero reagito provocando una breve colluttazione. A loro dire, successivamente il senzatetto si sarebbe sentito male e avrebbe detto di essere cardiopatico, il che li avrebbe spinti a chiamare il 118.

Secondo gli agenti l'uomo sarebbe morto in ambulanza.

Anche questo succede!!

La “guerra” degli accattoni

Secolo xix 08 aprile 2009| Simone Schiaffino

Il cronista del Secolo XIX mentre chiede l’elemosina

«Vicino a me? No, devi stare lontano. Cinquanta, 100 metri almeno da qui. Non possiamo essere attaccati. Sei nuovo? Non ti ho mai visto. È meglio che te ne vai...».

S’impara subito la regola della distanza, a chiedere l’elemosina. Esistono zone, addirittura, dove non si può. Perchè le decine di mendicanti, soprattutto romeni, che da qualche tempo si sono stabiliti a Chiavari, si sono suddivisi, spartiti il territorio del centro cittadino. Le posizioni strategiche dove chiedere qualche spicciolo ai passanti sono quelle, va da sé, dove c’è il maggiore viavai di gente: tra le colonne della cattedrale di Nostra Signora dell’Orto, sugli scalini di fronte all’ingresso della stazione ferroviaria, o in corso Garibaldi, sotto i portici, tra le persone che entrano ed escono dai negozi.



La linea dell’orizzonte, per un “barbone”, è all’altezza del ginocchio. Seduti a terra, sul freddo pavimento di corso Garibaldi, si notano particolari che camminando non vengono colti. Il passo trafelato di un colletto bianco e la sua ventiquattr’ore, l’indifferenza di una mamma che spinge un passeggino (il bimbetto però guarda curioso il cronista-clochard) il buon cuore di una pensionata, che supera il berretto lasciato a terra contenente qualche moneta. Ma dopo qualche metro si ferma, fruga nella borsetta, torna indietro e lascia il suo obolo. «Tieni». Venti centesimi, il “tu” colloquiale, e un indulgente sorriso.

A Chiavari ci sono sempre più mendicanti. L’altra mattina ce n’era uno (falso) in più: un cronista del Secolo XIX che, abiti sporchi, stampella e berrettino teso verso i passanti, ha viaggiato attraverso i punti della città dove va in scena l’accattonaggio. Ogni giorno, con modalità differenti: passivamente, seduti a terra aspettando qualche spicciolo, oppure, in piedi, avvicinandosi alla gente che passa, tendendo il berretto alla generosità verso uno sconosciuto male in arnese. E magari, anche insistendo.

Le undici del mattino. In corso Garibaldi ci sono due romeni che mendicano sotto i porticati, uno sul lato di ponente, uno sul lato di levante. Il tentativo di sedersi e chiedere l’elemosina vicino a loro fallisce miseramente. La loro reazione, più che altro è di diffidenza, ma non aggressiva. «Più lontano», dice uno. «Non qui, ci sono già io», replica l’altro, dopo il tentativo di accovacciarsi nelle vicinanze di una panetteria, dove si trova il vero “barbone”. Proviamo altrove.

È davanti alla stazione ferroviaria, corso Gianelli, che, l’allontanamento del cronista-clochard avviene in modo minaccioso. Da parte di un accattone, dall’accento apparentemente romeno anche lui. «È meglio che vai via. Qui ci sono io, non vedi? Stai almeno a cento metri. Vattene!». Eseguiamo, per zoppicare fino all’ingresso del municipio. Il portico di Palazzo Bianco, l’entrata del Comune. Un agente della Municipale a cui chiediamo se possiamo sederci a terra ed esporre il berrettino per la questua proprio lì. «Qui? No. Vai davanti alla chiesa, dai. Non si può davanti al Comune».

Immense le colonne della cattedrale di Nostra Signora dell’Orto. Ancora di più se osservate seduti sul pavimento di marmo. L’enorme portone è ancora aperto, chiuderà a mezzogiorno in punto. E qualche fedele entra o esce dal tempio cristiano. Un uomo di circa 50 anni, coppola, occhialini e passo svelto, allunga 50 centesimi. «Questi sono per te», sorride, anche lui. E poi va verso la statua di papa Wojtyla, per accarezzargli la mano.

I giardini tra la cattedrale e la stazione ferroviaria sono l’ultimo punto “strategico” dell’accattonaggio, perché crocevia del traffico di tutto il centro di Chiavari. L’apparecchio per il pagamento del parcheggio delle auto è una zona ambita: le persone arrivano, hanno già il borsellino in mano. Devono fermarsi e inserire le monete nella macchinetta: non possono tirar dritto indifferenti, o dire “mi spiace, non ho monete”. Qui, nei giardini davanti agli uffici della Procura, del tribunale e delle Poste, ci sono due giovani ragazze, rom o forse slave.

«Se ti vedono i nostri fratelli...» «Perché?» «Perché questa è la zona della nostra famiglia adesso - dice la più grande delle due, avranno sì e non vent’anni - Vai via, è meglio, loro sennò si arrabbiano... Ma chiedi l’elemosina?». Ci allontaniamo, prima che il travestimento ci “tradisca”, prima che arrivino i “padroni” della zona. Per la cronaca, in due ore di accattonaggio (e all’esordio assoluto) abbiamo racimolato 3,85 euro. Che sono stati offerti dal cronista-clochard ad un mendicante. Vero, questa volta.