giovedì 8 dicembre 2011

Meno male qualche proposta !

Senzatetto, una proposta da attuare subito 

Ogni anno si ripresentano, e si cerca di affrontarle, le difficoltà legate alle persone senzatetto che affollano sempre più le nostre città anche a causa della crisi economica e sociale che ci sta colpendo.

Fermo restando che alcune di queste persone non vogliono ricevere assistenza, meglio conosciuti come homeless, ci sono i “nuovi barboni” che sono diventati tali non per loro stretto volere.

Il freddo ormai alle porte ci obbliga a cercare nuove strade per evitare nuove morti causate dalla debilitazione, dall’alcol, dalla solitudine.

Anno dopo anno la raccolta di indumenti e coperte (che purtroppo spesso si ritrovono sulle bancarelle dei mercati) non riesce a tamponare il fenomeno.

L’assistenza sanitaria è difficile, al pari degli extracomunitari senza permesso di soggiorno, è relegata alle organizzazioni umanitarie e caritatevoli.

Tutte le mattine, nel piazzale della stazione di Milano, incontro delle persone sotto le coperte, poi, camminando, passo davanti a basiliche spesso ancora chiuse.

Mi viene in mente quante sono le basiliche di Milano e quanti siano numerosi gli ingressi ad ogni basilica. Credo che sarebbe semplice, e poco oneroso, costruire una stanza vuota, delimitata dal resto della chiesa, che abbia un accesso libero in ogni basilica. Un piccolo rifugio in cui possano dormire alcune di queste persone sfortunate per vari motivi. Probabilmente non mancherebbero nemmeno del cibo e due parola dai residenti della zona.

Questa è una piccola idea che potrebbe essere attuata subito in modo da risolvere il problema delle morti per freddo in attesa che la chiesa paghi le tasse e sia povera come ha detto Don Gallo nel suo libroDi sana e robusta Costituzione”.






fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/12/08/senzatetto-una-proposta-concreta-da-attuare-subito/175929/

lunedì 5 dicembre 2011

Un pò di numeri!


«Ora basta tragedie Un tetto ai clochard»

Sempre nuovi accampamenti in centro

Senza dimora in aumento del 40 per cento 

I volontari mobilitati per offrire rifugio


Per trent' anni Fratel Ettore ha dato rifugio ai diseredati che Milano respingeva, accogliendoli con minestre fumanti e abiti puliti in un locale a dir poco fané ma davvero caloroso, sotto i ponti della Stazione Centrale. Senza tetto e barboni, si incontravano in via Sammartini 114. Tra pochi giorni - il 16 dicembre -, sarà inaugurato nello stesso luogo un nuovo rifugio che la Caritas Ambrosiana ha destinato al ricovero notturno dei senza fissa dimora. Un categoria che si stima in aumento in città del 40 per cento. Offerta insufficiente «Si tratta di 56 posti letto, una piccola risposta a un grande bisogno. Servirebbe un' attenzione più diffusa - Commenta Raffaele Gnocchi, responsabile dell' Area Grave Emarginazione Adulta e Senza Fissa Dimora della Caritas -. Chiunque può trovarsi in difficoltà economica e perdere le relazioni, scoprendo cos' è la povertà pendolare e forse avviandosi a una vita di strada». Un quarto degli utenti dei 59 centri d' ascolto Caritas sono italiani. I disoccupati di breve periodo sono il 39,9%, quelli di lungo periodo il 24%. Le richieste sono aumentate del 10,7% dal 2007, e del 59% dal 2002. Il 50% non riesce a far quadrare il bilancio. Mentre a Milano cresce il numero di bisognosi, e i luoghi che li accolgono non è sufficiente (4.000 vivono in strada, 1.359 i posti letto), c' è chi, in silenzio, da anni, apre la porta a chi bussa. Padri separati I Fratelli di San Francesco d' Assisi Onlus (www.fratellisanfrancesco.it) gestiscono tra via Saponaro e lo Scalo Romana, quattro edifici per un totale di 700 posti letto. Un ambulatorio con oltre 100 medici volontari, e molto altro. «Le mie case quando fa freddo sono come fisarmoniche. Meglio dormire al caldo in un sacco a pelo, o per strada sotto la neve? Quando vengono i burocrati glielo dico: "Guarda che questi cento in più, te li mando in salotto". All' emergenza si risponde con l' emergenza, non con i moduli», dice padre Clemente Moriggi, un tipo di frate piuttosto schietto. Dopo quarant' anni di accoglienza diurna, e 15 nei centri notturni, con l' aiuto di 500 volontari, padre Clemente, è una banca-dati umana: «Il progetto che chiamiamo "Dal cartùn al matùn", dal cartone al mattone, per chi non sa il milanese, ha levato dalla strada il 33% di chi ci ha chiesto aiuto. Se non diamo un tetto, non risolviamo nulla. Ma i posti non bastano: dal 15 novembre, inizio del piano antifreddo, ho già respinto 60 persone». Il frate, inarrestabile, racconta che molti homeless non gradiscono le normali regole di convivenza, e scelgono la strada. Ma più della metà degli 80 senzatetto che vivevano negli scantinati del Policlinico, hanno accettato aiuti e case Aler, mentre i 70 italiani che con i cani «abitavano» alla stazione di Greco, hanno detto no al dormitorio. «Il 35% degli ospiti in questo momento sono italiani e su 700, sono 70 i padri separati, che se non trovano uno sbocco, saranno i futuri clochard - aggiunge il frate -. Gli altri? Tra gli stranieri molti richiedenti asilo». Reinserimento difficile La città degli invisibili non si ferma mai. Di notte otto unità mobili setacciano Milano e portano senzatetto semi-assiderati a Suor Cristina, al centro di viale Isonzo 11. Quando è buio, è il solo posto che dà accoglienza. Il giorno dopo c' è la visita medica all' ambulatorio di via Bertoni, il test Mantoux a Villa Marelli e solo dopo, l' assegnazione a un dormitorio. «Il reinserimento degli adulti senza fissa dimora è un terno al lotto: dove possiamo mandarli a lavorare e a vivere se non c' è lavoro e non ci sono case? Abbiamo 22 posti letto tra centro maschile e femminile, alla Comasina - conclude Erika Filipovska dell' Associazione Cena dell' Amicizia (www.cenadellamicizia.it), nata nel 1968 dall' invito a cena che un gruppo di amici fece a un barbone, e che da allora si ripete ogni martedì -. Abbiamo appartamenti di terza accoglienza, dov' è possibile fermarsi più a lungo: ma poi? Ci vorrebbero tante strutture come la nostra, e molto più grandi. Gli adulti emarginati vengono dopo tutte le categorie sociali: dopo gli anziani, dopo i bambini, dopo i disabili».

Anna Tagliacarne

fonte:  http://archiviostorico.corriere.it/2011/dicembre/04/Ora_basta_tragedie_tetto_clochard_co_7_111204036.shtml

domenica 4 dicembre 2011

Con Dedica !


Bellissima !

Per la cronaca !


Un clochard di 47 anni, romeno, la cui identita' non e' stata ancora comunicata ufficialmente dagli investigatori, e' stato trovato morto stamane in via Brigata Regina, a Bari. Ad ucciderlo, secondo i primi accertamenti della Polizia e del medico legale, sarebbe stato il freddo. Il decesso risalirebbe a stanotte. Sul posto sono intervenuti i vigili urbani, gli agenti della sezione Volanti della Questura e i medici del 118, ma non c'era gia' piu' nulla da fare.


Secondo il medico legale, che ha potuto effetturare una prima valutazione esterna del cadavere, il 47enne sarebbe morto in seguito a un malore, forse causato dalle basse temperature notturne. La vittima era conosciuta: il clochard era invalido e spesso chiedeva l'elemosina ai semafori del centro. A lanciare l'allarme e' stata una passante della quale il 47 enne aveva rifiutato l'aiuto.

fonte:  http://www.adnkronos.com/IGN/Regioni/Puglia/Bari-clochard-trovato-morto-per-strada-forse-a-causa-del-freddo_312708839539.html

La vita sotto un ponte

Milano, clochard in strada aspetta Natale con il suo albero.

di Rita Russo

«Michael, Michael come Schumacher». Lo ripete più volte con orgoglio anche se con il pilota tedesco condivide solo il nome. Da cinque mesi infatti, vive sotto il ponte di via Melchiorre Gioia, a pochi passi dalla nuova sede milanese della regione Lombardia. La sua casa è composta da un marciapiede, una parete di cemento, una radio collegata a un altoparlante da auto, molte coperte, un sacchetto di medicine, un carrellino e le parole crociate.
Forse tre metri per uno in tutto, con una temperatura per ora sopportabile di sei gradi. Da un paio di giorni si è però, concesso di decorare la sua “abitazione” con un alberello. Perché l’ha messo davanti ai cartoni, sopra la radio? «Cavolo, perché è Natale anche per me! Voglio aspettarlo come si deve». Probabilmente trascorrerà qui tutte le feste: non può spostarsi molto a causa dei dolori alla schiena né può rischiare di perdere i suoi pochi beni. «Se vado via e poi non trovo quello che ho lasciato come faccio?».
LE LUCI DEL NATALE. Il piccolo albero di Natale è un regalo di un amico. Un collega di lavoro dei tempi in cui si dava ancora da fare come muratore. Tempi molto lontani per lui. Da sette anni la sua vita si svolge in strada e l’unica compagna è la bottiglia: «Mia moglie mi ha lasciato, è andata a vivere a Torino con un italiano e i nostri figli, così io ho cominciato a bere. Non ce l’ho fatta da solo».
Ventitrè anni fa aveva lasciato la sua Minsk, in Bielorussia, con molte speranze e buona volontà: «Ho lavorato dal primo giorno. Prima come cuoco a Cortina d’Ampezzo, a Lignano Sabbiadoro e a Grado, negli hotel. Poi a Milano come operaio». Ha sempre pagato i contributi fino a quando non ha cominciato a bere e a perdere tutti i diritti. La crisi economica non c’entra. La vita da clochard è stata insieme una scelta e una necessità.

Una vita sotto il cavalcavia all'insegna della dignità

Oggi Michael i pomodori li cucina dentro un barattolo di latta e spesso è la Croce Rossa a portargli qualcosa di caldo e soprattutto le medicine per la schiena e i piedi. Il marciapiede sotto il cavalcavia di via Melchiorre Gioia lo divide per ora con Vasily, un ucraino più anziano e malconcio di lui che quasi non parla. Resta sotto le coperte tutto il giorno e ogni tanto si guarda intorno con sguardo sospettoso.
Quando è di buon umore passano un po’ di tempo con il gioco dell’oca di legno che Michael tiene nel suo carrello, tra le cose più preziose. Non vogliono definirsi accattoni, però. Non pretendono niente dal Comune di Milano nè dai passanti. Semplicemente la vita è andata così per loro due.
L'ELEMOSINA NON È IL SUO MESTIERENessuno si lamenta della presenza di Michael, anzi. La gente che abita o frequenta il quartiere ormai lo conosce e lo tratta con simpatia. «Tutti sanno che sono qui. Anche i carabinieri passano e mi salutano. Così come quelli che la mattina vanno negli uffici qui intorno. «Ciao ciao», mi dicono. Alcuni con la mano. Qualcuno lascia un aiuto. Sempre meno, però».
Se qualcuno allunga una moneta l’accetta, ma l’elemosina non è il mestiere di Michael. Come Estragone e Vladimiro, i due barboni che aspettavano Godot, resta sulla strada in attesa, senza lamentarsi o imprecare.
La casa, dice, non gli serve; il lavoro non potrebbe accettarlo visto che la sua schiena è così malridotta che a stento riesce a stare in piedi. I mesi che ha trascorso in una struttura di accoglienza per senzatetto sono stati una specie di galera, un incubo che vuole solo dimenticare. Oggi Michael non chiede niente a Babbo Natale. Gli basta sorridere ai passanti, regalare loro una canzone della sua radio e l’alberello di Natale: «L’importante è che vivo, no?».

Venerdì, 02 Dicembre 2011

fonte :  http://www.lettera43.it/attualita/33037/la-vita-sotto-un-ponte.htm