Milano, clochard in strada aspetta Natale con il suo albero.
di Rita Russo
«Michael, Michael come Schumacher». Lo ripete più volte con orgoglio
anche se con il pilota tedesco condivide solo il nome. Da cinque mesi
infatti, vive sotto il ponte di via Melchiorre Gioia, a pochi passi
dalla nuova sede milanese della regione Lombardia. La sua casa è
composta da un marciapiede, una parete di cemento, una radio collegata a
un altoparlante da auto, molte coperte, un sacchetto di medicine, un
carrellino e le parole crociate.
Forse tre metri per uno in tutto, con una temperatura per ora
sopportabile di sei gradi. Da un paio di giorni si è però, concesso di
decorare la sua “abitazione” con un alberello. Perché l’ha messo davanti
ai cartoni, sopra la radio? «Cavolo, perché è Natale anche per me!
Voglio aspettarlo come si deve». Probabilmente trascorrerà qui tutte le
feste: non può spostarsi molto a causa dei dolori alla schiena né può
rischiare di perdere i suoi pochi beni. «Se vado via e poi non trovo
quello che ho lasciato come faccio?».
LE LUCI DEL NATALE. Il piccolo albero di Natale è un regalo di
un amico. Un collega di lavoro dei tempi in cui si dava ancora da fare
come muratore. Tempi molto lontani per lui. Da sette anni la sua vita si
svolge in strada e l’unica compagna è la bottiglia: «Mia moglie mi ha
lasciato, è andata a vivere a Torino con un italiano e i nostri figli,
così io ho cominciato a bere. Non ce l’ho fatta da solo».
Ventitrè anni fa aveva lasciato la sua Minsk, in Bielorussia, con molte
speranze e buona volontà: «Ho lavorato dal primo giorno. Prima come
cuoco a Cortina d’Ampezzo, a Lignano Sabbiadoro e a Grado, negli hotel.
Poi a Milano come operaio». Ha sempre pagato i contributi fino a quando
non ha cominciato a bere e a perdere tutti i diritti. La crisi economica
non c’entra. La vita da
clochard è stata insieme una scelta e una necessità.
Una vita sotto il cavalcavia all'insegna della dignità
Oggi Michael i pomodori li cucina dentro un barattolo di latta e spesso
è la Croce Rossa a portargli qualcosa di caldo e soprattutto le
medicine per la schiena e i piedi. Il marciapiede sotto il cavalcavia di
via Melchiorre Gioia lo divide per ora con Vasily, un ucraino più
anziano e malconcio di lui che quasi non parla. Resta sotto le coperte
tutto il giorno e ogni tanto si guarda intorno con sguardo sospettoso.
Quando è di buon umore passano un po’ di tempo con il gioco dell’oca di
legno che Michael tiene nel suo carrello, tra le cose più preziose. Non
vogliono definirsi accattoni, però. Non pretendono niente dal Comune di
Milano nè dai passanti. Semplicemente la vita è andata così per loro
due.
L'ELEMOSINA NON È IL SUO MESTIERE. Nessuno si lamenta
della presenza di Michael, anzi. La gente che abita o frequenta il
quartiere ormai lo conosce e lo tratta con simpatia. «Tutti sanno che
sono qui. Anche i carabinieri passano e mi salutano. Così come quelli
che la mattina vanno negli uffici qui intorno. «Ciao ciao», mi dicono.
Alcuni con la mano. Qualcuno lascia un aiuto. Sempre meno, però».
Se qualcuno allunga una moneta l’accetta, ma l’elemosina non è il
mestiere di Michael. Come Estragone e Vladimiro, i due barboni che
aspettavano Godot, resta sulla strada in attesa, senza lamentarsi o
imprecare.
La casa, dice, non gli serve; il lavoro non potrebbe accettarlo visto
che la sua schiena è così malridotta che a stento riesce a stare in
piedi. I mesi che ha trascorso in una struttura di accoglienza per
senzatetto sono stati una specie di galera, un incubo che vuole solo
dimenticare. Oggi Michael non chiede niente a Babbo Natale. Gli basta
sorridere ai passanti, regalare loro una canzone della sua radio e
l’alberello di Natale: «L’importante è che vivo, no?».
Venerdì, 02 Dicembre 2011
fonte : http://www.lettera43.it/attualita/33037/la-vita-sotto-un-ponte.htm