mercoledì 10 marzo 2010

Può essere una scelta!

Sessantacinque anni, una laurea in Economia.
Adesso «vive» nella stazione di Lambrate

Alessandro, clochard per scelta:
«Ero un broker da 800 milioni all’anno»

«La svolta quando in tv vidi i bimbi somali che morivano di fame». «Mi sentivo come un contenitore vuoto»

«La mia famiglia ha capito questa scelta di vita. Ma la mia figlia più piccola ha sofferto»

MILANO - Adesso si fa chiamare il filosofo dei poveri, «perché do loro tranquillità, insegnandogli a sopravvivere». Lui, che di professione fa il barbone per scelta, è una sorta di faro per il mondo dei clochard, in particolare per quelli che bazzicano la stazione di Lambrate. Lui è Alessandro Marcolin, 65 anni, una laurea in economia e commercio e una vita all'incontrario: dalle stelle alle stalle. Da broker assicurativo fino al 2001, a senza tetto per un «bisogno di ritrovarmi». Un professionista da 800 milioni del vecchio conio all'anno, a squattrinato completo, ma con il cellulare. Un clochard atipico che insegue il motto: «puliti, sbarbati e lavati». E spiega: «Chi perde dignità del proprio corpo, ha già perso la dignità di se stesso».

Da un'esistenza agiata, con il primo cavallo da montare a 12 anni e la prima Fiat 600 superaccessoriata a 18, girando in lungo e in largo il globo, ad una sola panchina per dormire, al binario 7 della stazione di Lambrate. Alessandro Marcolin, che non dimentica i suoi trascorsi di nero sanbabilino «che col tempo mi hanno scoglionato», parla citando Erich Fromm ed Hermann Hesse. Fa colazione al bar della stazione, naturalmente offerta dai tanti pendolari che lo conoscono. Mangia alla mensa dei poveri con tessera delle Opere di San Francesco datata 2002, e si lava nei bagni della stazione. Veste scarpe Tod’s e cappotti Loro Piana, scelti con cura nel guardaroba della Caritas. Poi, per raccontare della sua svolta, sorseggia bianco secco e usa espressioni poetiche e forbite del tipo: «Una vita trascendentale. Mi sentivo un contenitore vuoto, in corsa per il successo, ma senza valori».

I ricordi partono dal suo primo amore, a 24 anni, durante una crociera quando «mi sono innamorato di una donna sposata, molto ricca. Le chiesi di lasciare il marito e di venire a vivere con me, ma mi rispose di no. Credo non avesse capito niente dell’amore». Quindi accenna alla moglie e alle due figlie, di 25 e 36 anni, ormai grandi e autonome. «Hanno capito la mia scelta di vita. La più grande, che ha una laurea in architettura, ha ereditato la mia società di brokeraggio. La piccola, invece, ci ha sofferto molto». La svolta avviene in una sera di nove anni fa, a casa di amici benestanti. Alla televisione c’è un servizio su alcuni bambini somali mal nutriti e malati. «Le mogli degli amici, con la solita finta morale, esclamarono: poverini, poverini, che pena! Ma non fecero niente. Io, invece, risposi che ero molto più coerente e che non mi interessava un fico secco di quei bimbi. Ma quella notte non riuscii a dormire. E dentro di me ritrovavo solo il vuoto».
Così, negli otto mesi successivi, Alessandro Marcolin, mette insieme le idee e decide. «Me ne sono andato. Senza accettare critiche alla mia scelta, altrimenti sarei stato condizionato. La mia non è espiazione: quello che ho fatto, l’ho fatto con serenità. Ero in cima alla piramide e adesso sono alla base, ma ho molte più gratificazioni. Essere utile agli altri e avere la loro stima. Non colmare la vita facendo soldi a tutti i costi».

Adesso Marcolin è al binario 7, senza rimpianti. Si alza ogni mattina alle 5.30 e si lava nei bagni della stazione «per non disturbare i pendolari che arrivano con il treno delle 6». E ci tiene a dire che ha trovato posti di lavoro a 40 persone, «di cui 20 lavorano ancora, mentre gli altri si sono persi in droga e alcol». Il «filosofo dei poveri» passa le sue giornate in giro per la città: i parchi e i giardini quando non piove, le biblioteche per leggere e scrivere e gli incontri con gli amici di «nuova generazione», clochard come lui. «E di notte metto i panni del buon samaritano, per aiutare e incoraggiare il popolo dei senza tetto». Poi, per dimostrare di essere al passo coi tempi, nonostante la sua condizione di indigenza, si dilunga sulla situazione politica attuale: «Ci stanno portando via anche la vita. Ma noi italiani abbiamo il grande dono di arrangiarci. Siamo un popolo fantasioso, con molta intuizione e cultura».

Michele Focarete
08 marzo 2010 - Corriere della sera - Milano

lunedì 8 marzo 2010

La card della vergogna!!

Estratto dall'ultima puntata di "Reality" del 7 marzo 2010.

http://www.la7.tv/richplayer/?assetid=50172067

Guardate questa puntata e riflettete!!!

E questi sono giovani normali???????????

Milano: senzatetto aggredito da tre ragazzi, fermati per tentato omicidio

I giovani hanno chiesto soldi e poi hanno infierito con calci, pugni, un manganello e un cacciavite

gli assalitori sono giovani «normali» dell'hinterland

Milano: senzatetto aggredito da tre ragazzi, fermati per tentato omicidio

I giovani hanno chiesto soldi e poi hanno infierito con calci, pugni, un manganello e un cacciavite

MILANO - Un «barbone» è rimasto vittima di un pestaggio che ha avuto come autori tre giovani «normali», ora accusati di tentato omicidio aggravato in concorso a scopo di rapina. L'episodio è avvenuto nella notte, alle 2.40, in via Argelati a Milano, in zona Ticinese. A finire dietro le sbarre sono stati due 20enni e un 24enne che lavora nella rivendita di auto del padre. Tutti incensurati, tutti residenti nell'hinterland, tutti apparentemente «normali», senza disagi o problemi familiari. Eppure ieri, dopo una serata trascorsa nei locali, hanno compiuto un pestaggio premeditato.

LA DINAMICA - Uno del terzetto ha avvicinato la sua vittima e ha chiesto una sigarette. L'uomo, sedicente svizzero ma di fatto senza documenti, ha continuato a camminare, ma è stato bloccato dagli altri due giovani che gli hanno chiesto dei soldi. Circondato è stato impossibile scappare: in due lo tenevano fermo, mentre il terzo colpiva. Si sono dati il cambio per infierire sul suo volto e sul suo corpo esile. Prima lo hanno aggredito con calci e pugno, poi lo hanno colpito con un manganello telescopico alle testa, quindi con un cacciavite lo hanno ferito al gluteo destro. Un'aggressione durata alcuni minuti, solo quando ormai la vittima era a terra si sono allontanati. Alcuni passanti, però, hanno dato l'allarme e i carabinieri del Nucleo Radiomobile hanno fermato i tre vicino al parcheggio di via Magolfa, distante solo pochi metri. Inutile provare a fuggire in macchina o provare a dirsi innocenti: il terzetto è stato riconosciuto dalla vittima, trasportata al Policlinico. Le sue condizioni non sono gravi, ma resta in osservazione per il trauma cranico subito. Una volta in caserma i giovani hanno pianto, mentre i genitori avvisati dai militari sono rimasti sconvolti. Impossibile capire il motivo del pestaggio e perchè girassero armati. Rinchiusi a San Vittore per loro l'accusa del pm di Milano, Luca Poniz, è di tentato omicidio.


06 marzo 2010(ultima modifica: 07 marzo 2010) - Corriere della Sera

venerdì 5 marzo 2010

Storia d'amore incredibile!

Ad una cena di beneficenza per una scuola che cura bambini con problemi di

apprendimento, il padre di uno degli studenti fece un discorso che

non sarebbe mai più stato dimenticato da nessuno dei presenti.

Dopo aver lodato la scuola ed il suo eccellente staff, egli pose una domanda:

'Quando non viene raggiunta da interferenze esterne, la natura fa il suo

lavoro con perfezione. Purtroppo mio figlio non può imparare le cose

nel modo in cui lo fanno gli altri bambini.

Non può comprendere profondamente le cose come gli altri.

Dov'è il naturale ordine delle cose quando si tratta di mio figlio?'

Il pubblico alla domanda si fece silenzioso.

Il padre continuò: 'Penso che quando viene al mondo un bambino handicappato

fisicamente e mentalmente, si presenta la grande opportunità di realizzare

la natura umana, e questa avviene nel modo in cui le altre persone trattano quel bambino.'

A quel punto cominciò narrare una storia: Shay e suo padre passeggiavano

nei pressi di un parco dove Shay sapeva che c'erano dei ragazzini che

giocavano a baseball. Shay chiese: 'Pensi che quei ragazzi mi faranno giocare?'

Il padre di Shay sapeva che la maggior parte di loro non avrebbe voluto in

squadra un giocatore come Shay, ma sapeva anche che se gli fosse stato

permesso di giocare, questo avrebbe dato a suo figlio la speranza di poter essere

accettato dagli altri a discapito del suo handicap, cosa di cui

Shay aveva immensamente bisogno.

Il padre di Shay si avvicinò ad uno dei ragazzi sul campo e chiese (non

aspettandosi molto) se suo figlio potesse giocare.

Il ragazzo si guardò intorno in cerca di consenso e disse: 'Stiamo

perdendo di sei punti e il gioco è all'ottavo inning.

Penso che possa entrare nella squadra: lo faremo entrare nel nono'

Shay entrò nella panchina della squadra e con un sorriso enorme, si mise su

la maglia del team. Il padre guardò la scena con le lacrime agli occhi e con

un senso di calore nel petto. I ragazzi videro la gioia del padre all'idea che il

figlio fosse accettato dagli altri.

Alla fine dell'ottavo inning, la squadra di Shay prese alcuni punti ma era

sempre indietro di tre punti.

All'inizio del nono inning Shay indossò il guanto ed entrò in campo. Anche

se nessun tiro arrivò nella sua direzione, lui era in estasi solo all'idea di

giocare in un campo da baseball e con un enorme sorriso che andava da

orecchio ad orecchio salutava suo padre sugli spalti.

Alla fine del nono inning la squadra di Shay segnò un nuovo punto: ora,

con due out e le basi cariche si poteva anche pensare di vincere e Shay

era incaricato di essere il prossimo alla battuta.

A questo punto,

avrebbero lasciato battere Shay anche se significava perdere la partita?

Incredibilmente lo lasciarono battere.

Tutti sapevano che era una cosa impossibile per Shay che non sapeva nemmeno

tenere in mano la mazza, tantomeno colpire una palla

In ogni caso, come Shay si mise alla battuta, il lanciatore, capendo che la squadra

stava rinunciando alla vittoria in cambio di quel magico momento per Shay,

si avvicinò di qualche passo e tirò la palla così piano e mirando

perché Shay potesse prenderla con la mazza. Il primo tirò arrivò a

destinazione e Shay dondolò goffamente mancando la palla.

Di nuovo il tiratore si avvicinò di qualche passo per tirare dolcemente la

palla a Shay. Come il tiro lo raggiunse, Shay dondolò e questa volta

colpì la palla che ritornò lentamente verso il tiratore.

Ma il gioco non era ancora finito. A quel punto il battitore andò a raccogliere la palla:

avrebbe potuto darla all' uomo in prima base e Shay sarebbe stato

eliminato e la partita sarebbe finita. Invece... Il tiratore lanciò la palla di molto oltre

l'uomo in prima base e in modo che nessun altro della squadra potesse raccoglierla.

Tutti dagli spalti e tutti i componenti delle due squadre incominciarono a

gridare: 'Shay corri in prima base! Corri in prima base!'

Mai Shay in tutta la sua vita aveva corso così lontano, ma lo fece

e così raggiunse la prima base.

Raggiunse la prima base con occhi spalancati dall'emozione. A quel punto

tutti urlarono:' Corri fino alla seconda base!'

Prendendo fiato Shay corse fino alla seconda trafelato. Nel momento in cui

Shay arrivò alla seconda base la squadra avversaria aveva ormai recuperato la palla..

Il ragazzo più piccolo di età che aveva ripreso la palla quindi sapeva di

poter vincere e diventare l'eroe della partita, avrebbe potuto tirare la

palla all'uomo in seconda base ma fece come il tiratore prima di lui,

la lanciò intenzionalmente molto oltre l'uomo in terza base e in modo che

nessun altro della squadra potesse raccoglierla.

Tutti urlavano: 'Bravo Shay, vai così! Ora corri!'

Shay raggiunse la terza base perché un ragazzo del team avversario lo

raggiunse e lo aiutò girandolo nella direzione giusta.

Nel momento in cui Shay raggiunse la terza base tutti urlavano di gioia.

A quel punto tutti gridarono:' Corri in prima, torna in base!!!!'

E così fece: da solo tornò in prima base, dove tutti lo sollevarono in aria

e ne fecero l'eroe della partita.

'Quel giorno' disse il padre piangendo 'i ragazzi di entrambe le squadre

hanno aiutato a portare in questo mondo un grande dono di vero amore ed umanità'.

Shay non è vissuto fino all'estate successiva. E' morto durante l'inverno…

ma non dimenticò mai di essere stato l'eroe della partita e di aver reso

orgoglioso e felice suo padre.. non dimenticò mai l'abbraccio di sua madre quando

tornato a casa le raccontò di aver giocato e vinto.