Chiuso il tuo chiuso dentro un cassonetto
Conchiglia inconchigliata col suo mollo
Fra la calda immondizia in un brodetto
Sapido di primordi finché il collo
Ancora umano troppo umano non
Lo scannano spirali in giro lento
Di un vecchio camion nella notte con
Tritarifiuti d’ordinanza – il vento
Folate fredde in mezzo allo sfasciume
Fa volteggiare un po’ di cartastraccia
Fra le baracche sul greto del fiume
Il vento – a due spazzini il cuore agghiaccia
Con l’urlo che dà in fondo all’infernale
Compattatrice – un urlo d’animale
fonte e autore :
http://www.casadellapoesia.org/poeti/baino-mariano/sonetto-del-clochard-e-della-spazzatura/poesie
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martedì 17 gennaio 2012
lunedì 15 marzo 2010
Poesia!
il barbone
L’incontrai mi sembrava un barbone
barba lunga vestito di stracci
tra le mani una bottiglia e un bastone
scarpe lercie private dei lacci
mi guardo’ come mi conoscesse
gli occhi spenti come spento il suo viso
butto’ giu’ due o tre colpi di tosse
alzo’ gli occhi mi fece un sorriso
mi fermai cercai dentro al vestito
mi guardo’ fece un cenno di mano
dalla bocca come un suono impastato
frasi strane pronunciate piano
alzo’ un poco il suo tono di voce
disse: sai non da sempre è cosi’
e il combatter per trovar la pace
non ti pare? Suvvia dimmi si
sai anch’io un giorno sono stato un signore
tante donne amici ricchezza
ma sai un sogno ha contate le ore
via i denari scompare l’ebbrezza
ho bussato sai a porte e portoni
ma gli amici scomparsi d’incanto
chiuse porte ormai spenti i lampioni
si confonde nel ridere il pianto
dei miei figli non so’ ormai piu’ niente
non li cerco non mi hanno cercato
il futuro non è piu’ importante
e’ un altro giorno come quello passato
mi guardo’ e una lacrima piano
nei suoi occhi ma era pure nei miei
poi sorrise mi tese la mano
non sbagliare non farlo se puoi.
barba lunga vestito di stracci
tra le mani una bottiglia e un bastone
scarpe lercie private dei lacci
mi guardo’ come mi conoscesse
gli occhi spenti come spento il suo viso
butto’ giu’ due o tre colpi di tosse
alzo’ gli occhi mi fece un sorriso
mi fermai cercai dentro al vestito
mi guardo’ fece un cenno di mano
dalla bocca come un suono impastato
frasi strane pronunciate piano
alzo’ un poco il suo tono di voce
disse: sai non da sempre è cosi’
e il combatter per trovar la pace
non ti pare? Suvvia dimmi si
sai anch’io un giorno sono stato un signore
tante donne amici ricchezza
ma sai un sogno ha contate le ore
via i denari scompare l’ebbrezza
ho bussato sai a porte e portoni
ma gli amici scomparsi d’incanto
chiuse porte ormai spenti i lampioni
si confonde nel ridere il pianto
dei miei figli non so’ ormai piu’ niente
non li cerco non mi hanno cercato
il futuro non è piu’ importante
e’ un altro giorno come quello passato
mi guardo’ e una lacrima piano
nei suoi occhi ma era pure nei miei
poi sorrise mi tese la mano
non sbagliare non farlo se puoi.
Autore : Andrea Sergi Fonte:http://www.poesieracconti.it/poesie/opera-3480
martedì 23 febbraio 2010
Bellissimo blog!!
CLOCHARD
A cosa servono le stelle di mezzanotte, quando dentro noi è ormai irrimediabilmente buio, come un cielo color catrame?
E un parco, degli alberi, una panchina, un lampione per compagnia, a cosa servono se non riescono più a regalare ad un barbone i sogni e aiutarlo ad aspettare l’alba?
A cosa serve la mezzaluna che illumina i nostri passi, ma non il nostro cuore?
Un barbone, eppure uomo, incendiato mentre dormiva. Il volto sfigurato.
Dei ragazzi annoiati.Un uomo come oggetto per divertirsi o scaricare l'odio dentro.
A cosa servono la luna e le stelle se siamo sprofondati nell’inferno?
fonte: http://ilsoleelacometa.myblog.it/archive/2008/11/13/clochard.html
giovedì 24 settembre 2009
Bellissima!!
Clochard il vagabondo dell'Anima
di Vincenzo CapitanucciIl fiume della città delle luci intorno a me scorre
i miei sogni colorano d’azzurro
la fredda dura banchina del mondo la bottiglia di vino vuota nella quale fra due cartoni dormo
nell'isola di Notre-Dame
ho il mio petto nel centro del Cuore!!!!
domenica 5 ottobre 2008
"Clochard" di Raffaele Innamorato
Ho trascorso
nel pianto
della solitudine
la mia vita.
M'illudo di vivere:
non so più chi sono!
Nel mio animo,
nascondo
austere
convinzioni.....
parlatemi di me,
dei miei sogni,
di quello che sono stato per voi!
ho smarrito
la mia voce
e il mio essere me stesso.
Vivo
perchè ho paura
di morire.....
nel pianto
della solitudine
la mia vita.
M'illudo di vivere:
non so più chi sono!
Nel mio animo,
nascondo
austere
convinzioni.....
parlatemi di me,
dei miei sogni,
di quello che sono stato per voi!
ho smarrito
la mia voce
e il mio essere me stesso.
Vivo
perchè ho paura
di morire.....
http://memoriedistrada.blogspot.com/2007/07/clochard.html
mercoledì 10 settembre 2008
Un barbone maggiorenne conversa con Dio
Il fenicottero con le stampelle
ha un euro in mano,
arrugginito,
e coccola i turisti
con le sue parolacce.
Ha gli occhi aperti
tra i denti la polvere
e il cuore sbriciolato
dal suo unico amore liquido
giovedì 8 maggio 2008
Barboni di L.Somma
Te li ritrovi all’angolo
laceri e macilenti
ombre negli occhi stanchi
su facce senza età,
le mani tremolanti
tese verso i passanti
cercano carità,
fermati se lo vuoi
forse così potresti
leggere nel passato
vite vissute ai margini
di questa società.
Ancora li ritrovi alla stazione
tra i binari dei treni
o nelle sale d’attesa
seduti sotto la biglietteria
ad aspettar probabili monete
date da viaggiatori frettolosi
che osservano nervosi e preoccupati
tutti gli orari della ferrovia…
Loro non hanno fretta
e li ritrovi
a scartocciare pasti sempre più asciutti
tra una bottiglia e l’altra
la cicca tra le labbra screpolate
nell’incomunicabile silenzio…
se resti indifferente,
fingendo d’ignorarli,
guardati per un attimo allo specchio
e ti ritrovi.
mercoledì 2 aprile 2008
Storie come altre.....
MILANO (29/02/2008)
L’unica cosa che aveva, di Silvia, era la sua foto da piccolina. Custodita nel portafoglio, che serviva solo per quello, per racchiuderci la foto di Silvia. Di soldi, Marco Faggionato, 52 anni, quattordici passati in strada, non ne aveva quella triste notte, quando due uomini, forse più disperati di lui, sul vagone abbandonato della stazione Centrale dove dormiva, lo hanno aggredito, gli hanno preso il portafoglio e, non trovandci denaro, hanno stracciato l’unica cosa che conteneva, il tesoro più prezioso: la foto della sua bambina.
L'ALCOL LA SUA ROVINA
Gli occhi azzurri, velati di tristezza, il fare rumoroso e forzatamente allegro. La vita di Marco è tutta qui, nella sede dell’Sos stazione Centrale, l’associazione di volontari che dal ’90 dà una mano a chi non ha nulla. E che ha aiutato anche lui. Marco Faggionato, da quasi cinque anni, per strada non ci vive più, ha una casa, trenta metri quadri assegnati nel 2003 in un palazzo popolare della zona via Padova, ma sul suo viso sono incisi, tra le rughe profonde, anni di solitudine e paura.
È finito per strada quando aveva trent’anni. Sua moglie, dopo sei anni di matrimonio, gli ha fatto trovare le valigie stanca di vederlo tutte le sere ubriaco sul divano. «Bevevo parecchio - confessa Marco - ma non ho mai alzato un dito né su mia moglie né su mia figlia». Silvia. Che, all’epoca, aveva solo tre anni. Marco lavorava come piastrellista, ma a rubargli il lavoro a poco a poco ci ha pensato una bottiglia di cognac: «Bevevo ogni giorno sempre di più - dice - quando mia moglie mi ha cacciato sono venuto alla stazione con un sacco a pelo e una bottiglia».
LA FOTO STRACCIATA
I vagoni vuoti dei treni abbandonati o gli angoli, tra giornali e cartoni, di via Sammartini, magari sotto un balcone, erano il suo rifugio, il più possibile lontano da tutti, anche dagli altri barboni: «Perché per strada - spiega con amarezza - non ci si può fidare di nessuno: prima bevi insieme qualche bicchiere e poi ti portano via tutto». Come quella notte d’inverno, quando è stato aggredito: «Erano in due, mi hanno svegliato - ricorda Marco - mi hanno preso il portafoglio, ma dentro non c’era nulla, solo la foto di mia figlia. E me l’hanno strappata».
Un velo umido attraversa i suoi occhi quando parla di lei, di Silvia, che oggi ha 27 anni e ha preso la laurea. È per lei che, dopo anni trascorsi entrando e uscendo dagli ospedali, ha deciso di cominciare a smettere. E, per farlo, ha cominciato a scrivere poesie. «Invece di entrare in un bar, mi sedevo su una banchina e scrivevo», racconta.
POESIE PER SILVIA
Oggi non beve quasi più, le sue poesie sono state raccolte in un libro, ha vinto quattro concorsi letterari e finalmente ha un tetto sotto il quale dormire. Ma non c’è pace nel suo cuore. Il ricordo di ciò che poteva essere lo tormenta: «Avrei voluto essere un buon padre per la mia Silvia, ma non ce l’ho fatta - sussurra con un filo di voce - non la vedo più da quel giorno di 24 anni fa, quando me ne sono andato. Ho tentato di incontrala, ma lei è scappata, si vergogna. Vorrei poterci parlare, solo per un attimo, abbracciarla, dirle che un’anima ce l’ho anch’io, che è tutta qui, in queste poesie, nelle poesie che ho scritto per lei».
Sandra De Marco
L’unica cosa che aveva, di Silvia, era la sua foto da piccolina. Custodita nel portafoglio, che serviva solo per quello, per racchiuderci la foto di Silvia. Di soldi, Marco Faggionato, 52 anni, quattordici passati in strada, non ne aveva quella triste notte, quando due uomini, forse più disperati di lui, sul vagone abbandonato della stazione Centrale dove dormiva, lo hanno aggredito, gli hanno preso il portafoglio e, non trovandci denaro, hanno stracciato l’unica cosa che conteneva, il tesoro più prezioso: la foto della sua bambina.
L'ALCOL LA SUA ROVINA
Gli occhi azzurri, velati di tristezza, il fare rumoroso e forzatamente allegro. La vita di Marco è tutta qui, nella sede dell’Sos stazione Centrale, l’associazione di volontari che dal ’90 dà una mano a chi non ha nulla. E che ha aiutato anche lui. Marco Faggionato, da quasi cinque anni, per strada non ci vive più, ha una casa, trenta metri quadri assegnati nel 2003 in un palazzo popolare della zona via Padova, ma sul suo viso sono incisi, tra le rughe profonde, anni di solitudine e paura.
È finito per strada quando aveva trent’anni. Sua moglie, dopo sei anni di matrimonio, gli ha fatto trovare le valigie stanca di vederlo tutte le sere ubriaco sul divano. «Bevevo parecchio - confessa Marco - ma non ho mai alzato un dito né su mia moglie né su mia figlia». Silvia. Che, all’epoca, aveva solo tre anni. Marco lavorava come piastrellista, ma a rubargli il lavoro a poco a poco ci ha pensato una bottiglia di cognac: «Bevevo ogni giorno sempre di più - dice - quando mia moglie mi ha cacciato sono venuto alla stazione con un sacco a pelo e una bottiglia».
LA FOTO STRACCIATA
I vagoni vuoti dei treni abbandonati o gli angoli, tra giornali e cartoni, di via Sammartini, magari sotto un balcone, erano il suo rifugio, il più possibile lontano da tutti, anche dagli altri barboni: «Perché per strada - spiega con amarezza - non ci si può fidare di nessuno: prima bevi insieme qualche bicchiere e poi ti portano via tutto». Come quella notte d’inverno, quando è stato aggredito: «Erano in due, mi hanno svegliato - ricorda Marco - mi hanno preso il portafoglio, ma dentro non c’era nulla, solo la foto di mia figlia. E me l’hanno strappata».
Un velo umido attraversa i suoi occhi quando parla di lei, di Silvia, che oggi ha 27 anni e ha preso la laurea. È per lei che, dopo anni trascorsi entrando e uscendo dagli ospedali, ha deciso di cominciare a smettere. E, per farlo, ha cominciato a scrivere poesie. «Invece di entrare in un bar, mi sedevo su una banchina e scrivevo», racconta.
POESIE PER SILVIA
Oggi non beve quasi più, le sue poesie sono state raccolte in un libro, ha vinto quattro concorsi letterari e finalmente ha un tetto sotto il quale dormire. Ma non c’è pace nel suo cuore. Il ricordo di ciò che poteva essere lo tormenta: «Avrei voluto essere un buon padre per la mia Silvia, ma non ce l’ho fatta - sussurra con un filo di voce - non la vedo più da quel giorno di 24 anni fa, quando me ne sono andato. Ho tentato di incontrala, ma lei è scappata, si vergogna. Vorrei poterci parlare, solo per un attimo, abbracciarla, dirle che un’anima ce l’ho anch’io, che è tutta qui, in queste poesie, nelle poesie che ho scritto per lei».
Sandra De Marco
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