giovedì 11 settembre 2008
il barbone di Platì
Lo vedevo ogni giorno e a tutte le ore vagabondare per le vie del paese. Sempre per strada, sempre in cammino. Alla ricerca di un barattolo, di un pezzo di legno, di una pietra o di un qualsiasi oggetto abbandonato o buttato nella spazzatura. Altre volte lo vedevo seduto per terra a raccogliere avanzi di sabbia. La raccolta non avveniva se non prima si fosse ben assicurato che quel materiale era stato abbandonato, un rifiuto.
Michele conduceva una vita poverissima ma molto tranquilla, dignitosa e rilassata, non riusciva ad appropriarsi indebitamente neanche di una briciola di pane. Per lui tutto era utile. Un barattolino vuoto poteva servire a dar da bere ad un uccellino. Questa era stata la risposta e la spiegazione alla mia domanda, nel vederlo raccogliere una vuota scatoletta di tonno.
Michele era un uomo minuto, asciutto, capelli ricci brizzolati e scapigliati, spesso portava una barba bianca lunga ed incolta, Michele era nato a Platì l’8.10.1923 e nel suo paese natale in data 20.02.2006, aveva finito il cammino terreno, lo stesso giorno in cui 7 anni prima lo aveva lasciato Rachele.
Nel cimitero di Platì, a soli pochi metri dalla lapide di mio padre, lo rincontro, lo saluto e gli porto una rosa del mio giardino, ogni volta che passo da quelle parti. Sulla sua lapide trovo sempre un cero che arde e un fiore che sembra non voglia mai appassire. Nei giorni di festa o di lutto, quell’uomo ritorna nella memoria di tutta la comunità platiese, di grandi e piccini. Michele manca a tutti pur essendo stato l’ultimo…. l’ultimo o il primo “barbone” di Platì.
E’ difficile scrivere una biografia su questo uomo, tanti sarebbero i tasselli che andrebbero a comporre il suo mosaico. E’ importante ricordarlo, avvicinarlo ora che non sentiamo più l’odore sporco dei suoi vestiti.
E’ importante ricordare un uomo che ha vissuto accanto a ciascuno di noi e di cui spesso ci siamo beffati, è importante incontrare il Cristo anche attraverso il suo ricordo, ritrovare quel Cristo scomodo di cui quasi sempre ci vergogniamo e che ogni giorno allontaniamo dalla nostra vicinanza.
E’ importante ricordare un barbone platiese più volte aggredito a calci e pugni o a sassate - come in altri tempi lo è stato per “massaru Bruno di cagnola” (il signor Bruno dei cagnolini) - molto probabilmente da ragazzi scapestrati che non avevano trovato di meglio nella loro bravata, che una forma di gioco e di divertimento.
Michele era gioioso per tutte le filastrocche, canti natalizi e pasquali che conosceva.
Aveva l’umiltà di un asinello, quasi mai si adirava, neanche quando era stuzzicato in maniera pesante o addirittura con violenza fisica. Ricordo la cantilena pasquale: “Sono stati i miei peccati, Gesù mio, perdon e pietà” ….. e nel modo in cui la canticchiava, sembrava che lui fosse l’unico o il solo peccatore dell’umanità. E poi, il “Tu scendi dalle Stelle” con gli occhi puntati al cielo, quasi implorasse la caduta della neve.
Michele conosceva a memoria alcuni canti della Divina Commedia ed era uno spettacolo sentirli recitare da lui (aveva anticipato, d’una cinquantina d’anni, Roberto Benigni nella recita-spettacolo dell’opera dantesca)….. sapeva molte cose, era un uomo colto, ma amava fingersi stupido, e in quel suo atteggiamento nascondeva, velava una sana e dolce furbizia.
Spesso per ottenere qualcosa, si rendeva seccante, perché ripeteva la stessa richiesta infinite volte. Fingeva di non capire e poi ritornava sullo stesso argomento. Quante volte mi ha fatto innervosire perché mi chiedeva una “riabilitazione” per una “interdizione” inesistente?
Egli era stato per un breve periodo in manicomio e pensava, anzi era convinto, “fissato”, che fosse stato dichiarato interdetto e che altri, a sua insaputa e per conto suo, riscuotessero una sua pensione. Non vi era modo di convincerlo che a suo carico non vi era alcun provvedimento di interdizione e che nessuno per suo conto e in suo nome riscuotesse alcuna pensione. Non disdegnava il lavoro anche se non lo se faceva appesantire. Lo ricordo, negli anni 50 e 60 come imbianchino.
Aveva uno strumento che portava dietro la schiena e legato sulle spalle e quando spruzzava la pittura, sulle pareti venivano raffigurati degli uccellini, per questo io chiedevo ai miei genitori che chiamassero Michele ad imbiancare le parete di alcune stanze.
Lo ricordo ancora come operaio al tempo in cui è stata ristrutturata la mia casa. In quegli anni, lui abitava insieme alla mamma, in una catapecchia a pian terreno e già sin da allora raccoglieva piccole cose che gli capitavano per strada. La madre, come ogni mamma, pensava alla sua sistemazione e cercava la ragazza che potesse andare per lui, ma faceva delle comparazioni un pò esagerate. Un giorno si recò da un signorotto del paese per chiedere la mano della figlia per Michele.
A sostegno di quella richiesta ed unico argomento di convincimento era che se Michele avesse sposato la figliuola, il signorotto si sarebbe risparmiato il salario di un garzone. Più tardi e dopo, molte delusioni d’amore, Michele sposò Rachele, una umile donna di par suo rango. Erano entrambi anzianotti e non ebbero figli. Michele e Rachele vivevano tranquilli, sazi di quel pò che la Divina Provvidenza disponeva per loro. Secondo tradizione e convinzione, la religione era al primo posto.
Michele e Rachele erano timorati da Dio e ad ogni occasione partecipavano, secondo i loro averi, alle necessità della Chiesa. Michele ben presto incominciò a mettere dei risparmi da parte per comprare fonduscoli di terreno, casette abbandonate per poi colmarli di ogni cosa che trovava per strada, Raccattava carta, cartoni, barattoli, pietre, resti di ogni cosa, persino due vecchie ruote di frantoio, una vasca da bagno arrugginita, la carcassa di un’ automobile, un vecchio televisore e via discorrendo.
Michele era presente ad ogni funerale, ad ogni lutto per la morte di qualche compaesano. Egli accettava con molta umiltà tutte le elemosine che gli venivano fatte. Diceva che la Divina Provvidenza non l’avrebbe mai abbandonato. Spesso lo si vedeva sulla SS 112 a raccogliere pochi chicchi di ulivi avanzati alla raccolta.
La morte di Rachele, dopo lunga malattia, lo destabilizzò completamente. Egli avrebbe voluto tenere quel freddo corpo in casa sua, a fargli compagnia. Nei giorni successivi alla morte egli è stato visto al cimitero con l’intento di trafugare la salma, per tenerla con sè, a casa sua, dove avevano passato tanti anni insieme e felici.
Michele, come abbiamo già scritto è stato per lungo tempo il suonatore di tamburo del paese, ma negli anni 50 e 60 fino alla morte di Gianni, maestro dei maestri di tamburo di ogni tempo, egli è stato, il tamburino “in seconda”. Poi passò titolare e suonò in coppia con il cognato Pasquale, con Cicciallotto e con altri valenti suonatori di grancassa ed è stato presente in moltissime novene, processioni, festività varie Michele, un uomo che aveva capito molto della vita e dei suoi indecifrabili misteri; non parlava molto, preferendo invece osservare con molta attenzione tutto ciò che gli capitava
Preferiva, quasi con ostinazione, il silenzio.
Non sono stato sempre tollerante con lui e rievocare la figura di Michele mi ferisce. L’educazione di ogni individuo passa anche attraverso l’ammonimento, attraverso l’esame di coscienza, attraverso il pentimento e solo in questa direzione trovo la forza di scrivere di lui.
Una società migliore nasce sulla consapevolezza e sul riconoscimento dei propri errori, e non ha paura di rimproverarsi. Qualcuno potrebbe obiettare che in altri posti vicini e lontani accadono cose molto più brutte. Si è vero, ma per andare avanti bisogna migliorarci, non confrontarci con chi si comporta peggio di noi.
Identificare un paese o una persona, per ergerla a protagonista è puro e semplice infantilismo.
Con stile e dolcezza deamicisiana, Michele, amava parlare dei barboni, come fossero soggetti molto lontani da lui. Sotto Natale o durante l’emergenza freddo, quando mi coglieva solo soletto, seduto sulla panchina fuori di casa mia, lui passava, mi salutava, poi tornava indietro pensieroso come se avesse dimenticato di chiedermi qualcosa per poi sortire: “Non vi faci friddu? Vostra mamma u feci u braseri? (Non vi fa freddo? Vostra mamma ha preparato il braciere?)
In molte case del mio natio borgo, ancora ci si riscalda intorno al braciere.
E dal freddo dell’inverno, Michele, passava rapidamente a delle considerazioni pietistiche, alla gente che dormiva per strada, che non possedeva nulla. Per fortuna, diceva, che c’erano i preti, “uomini di Dio”, che aiutavano gli “ultimi”.
Nel contempo si domandava e mi chiedeva perché lo Stato non desse loro una pensione. Ma prima che io potessi dare una mia risposta alla sua domanda, egli continuava: “perché sono cafoni e sono egoisti e non hanno Iddio nell’anima”. In tale direzione cercava la mia approvazione: “Chi diciti avvocato”? (Cosa ne pensate avvocato?)
Michele non sapeva, e mi riusciva difficile spiegarlo e farglielo capire, che il Barbone per lo Stato invece è un puro peso economico, che non rientra neanche nelle leggi finanziarie di fine anno! I barboni e gli emarginati non interessano ai politici e sono visti in negativo come “sporcizia” che va pulita e ripulita e poi “bonificata” con i soliti mezzi polizieschi. Bisogna far sgombrare un barbone dall’angolo della stazione, ma non ci si preoccupa poi quale spazio egli dovrà andare ad occupare.
Forse l’unica celata indignazione è che non si è ancora riusciti a “tassare” le loro elemosine! I barboni sono spazzatura, perché vivono, sporcano e poi muoiono per la strada e il tutto assume un costo per lo Stato. Per comprendere che cosa significa essere senza fissa dimora occorre un grande sforzo d’immaginazione.
Il barbone è il “parente povero” di Michele, è un uomo che vive nella strada, senza una casa, senza un amico, senza un parente, nulla. La strada, una condizione di non-ritorno. la strada, il massimo dello spazio libero.
La strada è un campo di concentramento senza reticolato, una prigione senza sbarre. La strada: miseria e solitudine. Il cosiddetto «barbone» non ha cittadinanza, non ha diritti ed è assimilato al cane o al gatto randagio.. Ogni barbone ha una storia di vita, di solitudine, di emarginazione, di sofferenza. I barboni, i senzatetto muoiono in silenzio, senza far rumore. I barboni hanno «luoghi di sonno»; hanno «luoghi di lavoro», angoli di strada dove chiedono l’elemosina. Molti muoiono per freddo, sotto gli sguardi indifferenti dei passanti o in anonimi ospedali cittadini.
Michele era una persona piena di dignità. Non chiedeva l’elemosina, ma accettava e ringraziava con infinita dolcezza per tutto quello che gli veniva dato: un piatto di minestra, un pezzo di pane, un paio di scarpe, un paio di pantaloni, una giacca e via discorrendo. “Doni di Dio” amava definire tutte le elemosine che gli venivano fatte.
Michele viveva di ricordi: la sua casetta; la sua mamma, le sue abitudini, la miseria del tempo passato, il pezzo di “pizzata” (pane di granturco). La gente lo scansava, ma allo stesso tempo, lo voleva bene. La sera, prima di addormentarsi, egli guardava le stelle in cielo, il suo lampadario, per il quale non arrivava mai la bolletta enel. Spesso aveva voglia di piangere, ma, al contrario, non aveva paura di morire.
Michele non aveva privacy. A chi gli rinfacciava benevolmente il suo stato d’abbandono, Michele rispondeva che anche uno scienziato (alludendo al matematico russo Grigori Perelman), e quelli della televisione (così egli chiamava gli artisti di strada) avevano scelto di vivere come lui.
- Pensate, riflettete - diceva Michele - c’è anche chi dorme in un cassonetto dell’ immondizia o in una automobile abbandonata; c’è chi suona uno strumento musicale per procurarsi un piatto di minestra; c’è chi commette una cattiva azione solo per andare in carcere o chi simula una malattia mentale o si procura un incidente per ricevere rifugio e cibo in un ospedale.
Ma il barbone in genere è gravato quasi da un "marchio d’infamia”, non ha voce e i suoi diritti sono terribilmente compromessi. I nostri occhi fotografano soltanto l’esterno, l’aspetto esterno e superficiale, ma non l’angoscia della sua disperazione, della sua solitudine, della sua impotenza. La barriera della società civile non gli consente di uscire dalla sua condizione.
La fredda materialità del mondo industriale moderno ha aggravato la situazione; gli uomini vedono sempre meno, hanno una miopia irreversibile, assomigliano sempre più ai prodotti e alle tecnologie che hanno inventato; gli uomini hanno barattato la conoscenza con il confort, acquisiscono sempre più ricchezza materiale smarrendosi nel cammino della vita.
Schiavi delle nuove comodità, gli uomini non si domandano più chi sono e dove stanno andando. Il computer, strumento di lavoro, si trasforma in una nuova divinità da venerare. Superficialità e maschere, falsi valori e false verità, ci allontanano dalla nostra dimensione umana. Il barbone ci guarda: egli è l’unico testimone scomodo che la nostra coscienza non può rimuovere.
Michele, è già Natale anche quest’anno e tu non aspetti più la Sua ascesa sulla terra, perché sei salito tu sulle stelle, dove non sentirai più freddo.
Ciao, il tuo amico avvocato. Mimmo Marando
domenica 7 settembre 2008
| Vagabondi e Barboni I senza casa secondo Chuck Ferris | | |
| Scritto da Maurizio Caudana | |
venerdì 25 luglio 2008 | |
| Secondo alcuni, sono degli opportunisti che non hanno voglia di fare nulla, e vivono sulle spalle della società. Secondo altri, sono dei poveracci, che stanno attraversando un periodo buio della loro vita, e meritano compassione ed aiuto, nella speranza riescano un giorno, a ritornare ad una vita normale. Se in passato queste persone erano obbligate a mendicare per le strade delle città, o passando di casa in casa, oggi, nell'era dei consumi, riescono a sopravvivere senza dover chiedere nulla, grazie alla possibilità di mangiare con pochi spiccioli, ed all'enorme quantità di scarti, prodotti ogni giorno dal nostro modo di vivere. Liberati dalla necessità di elemosinare, i barboni si sono trasformati in vere e proprie entità invisibili, di cui ci si accorge quando ne parlano i giornali, quando bivaccano in strade affollate, o si avvicinano, per chiedere una sigaretta o una moneta. Ciecamente adagiati sull'impossibilità di vederli, ci illudiamo con facilità che possano essere spariti, chissà quando, chissà dove, ma spariti. Chuck Ferris li ha cercati per le strade della sua città, e li ha fotografati con la sua macchina fotografica, per mostrare a tutti la loro esistenza, e dimostrare che questi individui, vivono ancora nella nostra società, o, sarebbe meglio dire, ai piedi della nostra società. |
sabato 6 settembre 2008
Storia di Pasqualino
Il papà faceva le pizze fritte, aveva una piccola friggitoria "ncoppe e mmure", la mamma era casalinga. II lavoro di Pasqualino era il calzolaio e, a suo dire, era anche molto bravo.
Aveva iniziato a lavorare da piccolo perché a casa servivano i soldi, continuando fino ai 18/19 anni quando comparve la schizofrenia che spinse la famiglia a ricoverarlo presso il Leonardo Bianchi.
Pasqualino trascorre in manicomio 39 anni della sua vita. La mamma lo andava a trovare tutti i giovedì e la domenica e gli portava cose buone da mangiare ed i panni puliti. Dopo 39 anni, Pasqualino, per effetto della legge 180, esce dal manicomio, ma i genitori non ci sono più, i fratelli e le sorelle hanno problemi a prenderlo in casa e lui resta per la strada.
Pasqualino è una delle persone più miti che abbia mai incontrato. L'ultima volta camminava con una stampella di legno perché dei ragazzi, per rubargli pochi spiccioli, lo avevano riempito di botte.
Non è difficile incontrarlo prendendo la Circumvesuviana alla stazione terminale.
venerdì 5 settembre 2008
Storia di Domenico
| Domenico è nativo di Marcianise, è geometra, ha sempre lavorato all'estero, in Germania, in una impresa edile. Anche la sua vita è stata segnata dalla perdita del lavoro. L'azienda dove lavorava dovette chiudere, rientrò in Italia ma non riuscì a trovare alternative di lavoro. Anche lui è una persona molto dignitosa, un gran chiacchierone, molto affabile, molto normale se non fosse per il carrello pieno di buste che sono il segno del suo stato. | |
| Anche Domenico è una persona che, nonostante tutto, si tiene informato su quello che succede nel mondo. Infatti l'ultima volta mi parlò dell'aeroporto di Capodichino, di quello che avrebbe significato l'acquisto da parte degli inglesi della maggioranza delle azioni, del fatto che c'erano grossi progetti di investimento, che tutta la città ne avrebbe beneficiato. | |
| Devo dire che ne sapeva più di me benché cerchi di tenermi informato. Questo è un esempio di come sia la società ad emarginare persone che si sforzano di non rimanere emarginate. | |
giovedì 21 agosto 2008
Storia di Rosa
Quando lei era piccola i genitori si trasferirono in Italia ed andarono ad abitare al rione Baronissi. Restata sola cercò in tutti i modi di darsi da fare facendo la donna delle pulizie, stirando panni, ma - come successe a Carmela di cui vi ho già parlato - non ce la fece a sostenere le spese della casa, delle bollette, del mangiare.
Lasciata la casa trovò delle amiche che la ospitarono; nacquero però problemi di convivenza e lei finì per la strada. Rosa dorme nella zona della biglietteria della stazione su di un carrello. Durante la giornata è sempre in giro, prende i pullman in modo casuale e se ne va in giro per Napoli. Quando è una bella giornata è facile trovarla nella zona di piazza Vittoria o della Villa Comunale dove, presso le fontanine, lava i suoi indumenti intimi mettendoli poi ad asciugare sulle panchine dei giardinetti.
Rosa è una persona pulitissima ed a incontrarla per la strada non si penserebbe mai a lei come ad una barbona. Aspetto dignitoso, donna forte, vestita sobriamente, con una borsa, che potrebbe essere la borsa della spesa di qualsiasi casalinga, dove c'è tutta la sua casa.
Rosa, quasi per reazione al suo stato, cura in modo pignolo la sua pulizia. Tutte le mattine si sveglia verso le 5 e per prima cosa va nei bagni della stazione dove si lava, praticamente dalla testa ai piedi, con l'acqua gelata perché la calda non c'è. Lei dice che se non lo facesse starebbe male, che la pulizia è la prima cosa.
Quando la sera al tramonto rientra alla stazione, con uno straccio bagnato lei lava il posto dove sistemerà il carrello per dormire. Non vuole essere considerata una barbona; le prime volte che la incontravamo lei si arrabbiava moltissimo perché le davamo le stesse cose che davamo anche agli altri.
Capimmo la sua difficoltà e preparavamo una busta particolare solo per lei, andando prima da lei e poi dagli altri. Non è che lei si sentisse migliore degli altri ma è che lei sentiva il peso di una vita indesiderata alla quale si ribellava. Spesso quando parla di sé piange e dice che se fossero stati vivi i genitori tutto questo non sarebbe successo.
Ha delle amiche che ogni tanto la invitano a pranzo a casa e lei accetta molto volentieri; guai a parlarle di istituti. Rosa è molto devota alla Madonna di Pompei e tutte le mattine da tempo va' nella chiesa di S. Nicola alla Carità. Qui c'è un quadro con l'immagine della Madonna che lei, tutte le mattine, con il consenso del parroco, pulisce sostituendo anche i fiori secchi con fiori freschi, presi magari dai vasi che sono davanti alle altre immagini sacre.
La settimana scorsa mentre era presa dalla pulizia del quadro le hanno rubato la borsa che aveva poggiato a terra con i documenti e tutta la pensione che aveva preso da poco.
Rosa ha compiuto 65 anni ad aprile e da qualche mese prende la pensione sociale con cui però non riesce nemmeno ad affittare una stanza. Negli ultimi tempi, se qualcuno si avvicina, è sempre più facile trovarla nervosa. Si corre il rischio di essere cacciati via. Purtroppo lei sente il peso degli anni che passano ed avverte la difficoltà fisica di non riuscire a fare quello che ha sempre fatto. Da qui credo che venga questo suo essere arrabbiata. Lei ha bisogno più che mai di amicizia e di non sentirsi sola.
giovedì 14 agosto 2008
Storia di Raffaele
Un ragazzone alto, grosso, pieno di forze, una vita normalissima. Aveva avuto una famiglia. Era napoletano ma aveva trovato lavoro in Toscana, era falegname. Aveva un figlio, una moglie, una casa, d'estate andava in vacanza al mare, a Natale e Pasqua veniva a Napoli a trovare i parenti.
Sognava un futuro bello per il figlio, magari una casa più grande, una macchina nuova, i suoi sogni erano i sogni di tanti. Ma che cosa succede? Un giorno la moglie che era in macchina con il figlio fa' un incidente e muoiono tutti e due.
Inizia per Raffaele il calvario di un dolore che si trasforma in depressione: la vita non ha più senso, perde anche il lavoro perché non riesce più a farlo. In una spirale di dolore e sconforto Raffaele finisce per la strada. I suoi parenti? non lo so, so solo che lui finisce per la strada. La vita certe volte è assurda.
Ed io che pensavo che quella del barbone fosse una scelta!
Con Raffaele avvenne come un piccolo miracolo. Un mio amico che aveva un ristorante cercava qualcuno che lavasse i piatti, lo proposi a Raffaele e lui accettò quasi sorpreso che mi fossi preoccupato di lui. Iniziò a lavorare, si affittò una stanza andando via dalla stazione. Oggi Raffaele lavora al nord, credo che si sia formato una nuova famiglia. Il muro che separa il mondo "normale" da quello degli emarginati spesso è cosi alto che rende difficile anche realizzare tentativi di reinserimento.
Chi sta per la strada vede il mondo da una prospettiva diversa dalla nostra, vede un mondo frettoloso, distratto, lontano e sente poco probabile per lui la possibilità di soluzioni diverse.
Molti pensano: ma chi darà lavoro a persone che vivono per la strada ? Che affidabilità possono dare? Non sono solo scuse. Infatti chi non riesce a mantenersi pulito prova vergogna, scatta un pudore rispetto agli altri: si prova vergogna anche ad avvicinarsi a qualcuno per chiedere aiuto.
http://www.psgna.org/poveri/barb06.htm
mercoledì 6 agosto 2008
storia di Carmela
Poche volte sono riuscito a parlarle. Lei era figlia di un dipendente delle poste impiegato alla Posta Centrale; lavorava andando a stirare a casa delle persone benestanti del posto, non si era sposata. Da giovane, con i genitori abitava verso S. Lucia. Dopo la morte dei genitori si era trovata senza la possibilità di mantenersi ed era finita per la strada.
In stazione era arrivata da qualche anno, prima viveva nella zona di S. Lucia. I tanti anni passati per la strada l'hanno un po' confusa. Non è difficile vederla mentre scava nei cassonetti della spazzatura per trovare qualcosa da mangiare.
Chiede anche soldi, e guai a darle di più di quanto domanda; se chiede duecento lire e gliene dai cinquecento, ti da trecento lire di resto. A lei piace molto il giornale "Bella" che legge tutte le settimane, segue con passione tutti gli articoli di medicina che vengono pubblicati. Quando sta male si cura da sola. Una volta sola sono riuscito ad andare al bar con lei a prendere un caffè; lei aspettò che glielo portassi fuori, perché nel bar non l'avrebbero fatta entrare.
Quando le dissi che stavo studiando teologia, mi disse: Guarda, senza che perdi il tempo, preoccupati di seguire i comandamenti di Gesù, ama il Signore e vuoi bene al tuo prossimo come te stesso.
Mi lasciò di stucco!
domenica 3 agosto 2008
storia di LIDIA
Lei raccontava di essere stata molto ricca da giovane e personalmente avevo verificato che molte delle cose che mi aveva raccontato erano vere. Una vita vissuta nell'agiatezza, vacanze, viaggi, proprietà immobiliari; diceva di essere figlia o nipote di "Pizzicato", una grande rosticceria che prima era in Piazza Municipio.
Viveva a Pozzuoli, poi dopo il terremoto era andata a Castellammare insieme alla cognata. Morto il fratello, lei e la cognata avevano vissuto sempre insieme. Lidia accudiva la cognata che nel frattempo accusava con l'età problemi di lucidità. Lidia aveva inoltre una sorella con la quale però i rapporti erano pessimi e che non aveva voluto più sentire parlare di lei.
Lidia aveva vissuto una vita molta tranquilla con la sua casa da accudire: faceva la spesa, cucinava, doveva essere una bravissima cuoca.
Cosa succede nella sua vita? Un giorno Lidia cade, si frattura una gamba, resta in ospedale per più di due mesi e al ritorno trova la sgradita sorpresa che l'assistente sociale aveva provveduto a rinchiudere in istituto la cognata e che anche per lei era stata pensata la stessa cosa.
Ma lei si ribella: in istituto non ci sarebbe mai andata, e all'età di circa ottanta anni, Lidia, cosa incredibile, va a finire alla stazione. L'istituto è la soluzione più immediata rispetto al problema di chi è anziano ed è da solo a casa; ma il problema è che spesso gli anziani in istituto non ci vogliono andare.
Una volta venni a sapere, nel periodo in cui lei viveva alla stazione, che si era ammalata ed era stata ricoverata in ospedale; da lì l'assistente sociale era riuscita a mandarla in istituto. L'andai a trovare, e Lidia mi supplicò di portarla via, mi disse che lei stava male, non voleva stare in quella struttura. Quella volta non ebbi il coraggio di farlo, ma la volta successiva venne via con me e la riaccompagnai alla stazione.
Fu un'esperienza traumatica per me. Avvenne l'esatto opposto di quello che io pensavo. Anche per me l'istituto era una soluzione; non che non lo sia in tanti casi; ma mi ero reso conto di assolutizzare le soluzioni; voglio dire che io avevo una soluzione standard per tutte le situazioni. In particolare ero dalla parte di chi pensava: "perché certe persone devono stare per la strada, non sarebbe meglio che stessero in un posto dove alcuni potrebbero prendersi cura di loro, dove avere un piatto caldo, un letto, un tetto?
La risposta non è semplice, è complessa. Ognuno di noi ha un suo bagaglio di esperienze, ha una sua storia particolare: ci sono abitudini diverse, capacità diverse di relazionarsi e caratteri diversi. Per me vedere questa anziana - arzilla ma sempre anziana - preferire la stazione a quello che per me era il necessario e il sicuro, mi fece capire quanto fosse forte la tentazione di voler imporre agli altri il proprio punto di vista, il proprio modo di vivere senza preoccuparsi minimamente di chiedere: "Scusa, ma tu di che cosa hai bisogno? Scusa, ma tu che cosa vorresti veramente?
Con la presunzione di sapere io cosa poteva servire agli altri. È stata un'amicizia molto bella, era un piacere incontrarla: chiedeva di me, si informava, mi dava consigli. Da esperta di cucina qual era, certe volte stava anche un'ora a parlare di ricette. Spesso si lamentava che il mangiare che i volontari portavano era cucinato male; e si addentrava in spiegazioni dettagliate di come invece si sarebbe dovuto cucinare quel piatto.
Molti dei suoi soldi erano spariti a causa di persone che approfittavano della sua disponibilità e anche del suo bisogno. Per andare a prendere la pensione c'era sempre qualcuno che si offriva e spesso lei tornava a casa con molti soldi mancanti. Lei era una donna molto intelligente ma restava una semplice e una ingenua.
Negli ultimi tempi, ogni due mesi, l'accompagnavo con la macchina a Castellammare a ritirare la pensione. La prima cosa che lei faceva era di darmi i soldi per la benzina perché non voleva approfittare. Se qualche volta veniva fuori il discorso dell'istituto, lei diceva sempre: "Ma tu mi vuoi far morire? Ma ti rendi conto che lì si muore di solitudine?"
Non si era mai sposata perché pur avendo avuto molte persone che le facevano la corte non si era mai innamorata veramente, né lei si sarebbe mai sposata tanto per farlo. Era una che teneva banco, una gran chiacchierona, una grandissima dignità anche mentre si grattava per il prurito causato da una igiene poco curata per ovvi motivi; ma quando veniva in macchina con me, si faceva trovare tutta ordinata e con abiti puliti. Le avevo anche dato il numero di telefono del mio ufficio, non se lo era scritto, lo ricordava a memoria e in casi particolari mi chiamava.
http://www.psgna.org/poveri/barb03.htm
giovedì 31 luglio 2008
Storia di LUISA
Era un po' confusa, certe volte pensava che noi fossimo parenti, pensava di essere sorella di mia mamma. Al contrario di Aniello, lei dei parenti li aveva, una sorella, un cognato. Ma erano anziani anche loro e Luisa era un tipo molto irrequieto. Credo che la sorella non ce l'avesse fatta ad accudirla. Molte famiglie vivono questo problema di essere da sole a sostenere il peso di un malato psichico in casa, spesso non ce la fanno o non sanno come affrontare la situazione: e la persona malata finisce per la strada.
Anche lei, in quanto anziana non si allontanava molto dalla stazione. Una volta la trovai che stava male perché nel grattarsi si era graffiata sulla spalla ed era subentrata una infezione; la portai in ospedale dove le fecero una medicazione. Da quel giorno, quando se ne ricordava, diceva che io ero suo figlio perché lei era stata male ed io l'avevo aiutata, avevo perso tempo appresso a lei.
Mi raccontava che da giovane era stata fidanzata, si sarebbe dovuta sposare, poi per l'insorgere della malattia era andato tutto a monte. Parlava spesso della mamma, delle passeggiate che facevano insieme. Lei era rimasta a casa sua fino a quando i genitori erano rimasti in vita; poi, mancando i suoi punti di riferimento stabili, era finita per la strada. Non si tratta di fare un processo alle famiglie, ma spesso si creano un insieme di fattori per cui la situazione può sfuggire di mano e si finisce per la strada, pur avendo fratelli e sorelle.
Luisa credo sia stata per la strada per circa trenta anni. Alla stazione era una istituzione, la conoscevano tutti, conoscevano le sue stranezze e la sua simpatia, le volevano bene tutti; spesso era vittima di ladri che approfittando del fatto che era un po' confusa la alleggerivano di quello che aveva.
Con alcuni amici l'anno scorso andammo in stazione il giorno del suo settantesimo compleanno, portammo la torta con le candeline, la chitarra per cantare ed una sciarpa in regalo. Fu felicissima che ci fossimo ricordati del suo compleanno, fu una bella festa.
Luisa è morta in ospedale l'anno scorso, dopo essere stata qualche giorno in clinica psichiatrica, forse perché per la strada aveva gridato a qualcuno o aveva offeso qualcuno.
domenica 27 luglio 2008
Un Altra Opinione
Qual è la soluzione?
“DÀ UN pesce a un uomo e lo sfamerai per un giorno. Insegnagli a pescare e lo sfamerai per tutta la vita”. Questo proverbio spiega una verità fondamentale: soddisfare un immediato bisogno fisico può avere un valore limitato. È molto meglio aiutare le persone a imparare a risolvere i problemi e a soddisfare le proprie necessità. Molti hanno bisogno di imparare nozioni pratiche o anche un modo completamente diverso di vedere e affrontare la vita.
I testimoni di Geova sono convinti che la maniera più efficace di aiutare i senzatetto è insegnare loro il miglior modo di vivere. Questo significa seguire i migliori consigli disponibili, quelli provveduti dal Creatore. Chi meglio di lui è in grado di dare consigli del genere? Tali consigli aiutano a evitare molti dei problemi per cui ci si può ritrovare senza casa e, inoltre, aiutano chi si trova già in questa situazione a risolverla. Naturalmente, la lettura della Bibbia di per sé non farà sparire tutti i problemi. La Bibbia però è in grado di aiutare le persone a eliminare vizi costosi, a ricuperare un certo grado di autostima e a condurre una vita più dignitosa.
Molti hanno perso la casa per colpa della droga o dell’alcol, di una vita segnata dalla delinquenza, di problemi economici o della disgregazione della famiglia. La Bibbia dà consigli pratici per tutti questi casi. Applicando questi consigli milioni di persone sono già state aiutate a cambiare il proprio modo di vedere la vita e a cambiare in meglio la loro personalità. Naturalmente l’applicazione dei princìpi scritturali da sola non risolverà tutti i problemi che l’essere senza tetto comporta. Al presente disastri naturali, cattiva salute, povertà diffusa, dipendenza e simili richiedono spesso altri tipi di assistenza. Anche se fanno tutto quello che possono per aiutare chi soffre a causa di questi problemi, i testimoni di Geova si rendono conto che solo il Fattore del genere umano è in grado di risolverli una volta per tutte. Lo farà?
Il proposito originale di Dio
Ci sono buone ragioni per sperare che presto il problema dei senzatetto finirà. Su quale base? Pensate: Geova Dio diede alla prima coppia umana una bella dimora. Li pose in un paradiso, dove avevano tutto quello di cui avevano bisogno. Se avessero seguito la guida del loro Fattore, avrebbero esteso quel Paradiso a tutta la terra. I loro discendenti avrebbero avuto tante belle case. Ogni componente della famiglia umana avrebbe potuto contare sull’amore e la cooperazione di tutti gli altri. Questo era il proposito originale di Dio. Egli non ha cambiato idea. — Salmo 37:9-11, 29.
Inoltre qualsiasi cosa Dio intenda fare, la farà senz’altro. (Isaia 55:10, 11) La Bibbia profetizza che arriverà il tempo in cui tutti avranno la loro casa e prosperità. Prima che questo si realizzi, tutta la società umana, come noi la conosciamo, dovrà cambiare. Tale cambiamento avverrà grazie all’intervento divino negli affari umani. Questo è quello che aveva in mente Gesù quando disse ai discepoli di pregare: “Venga il tuo regno. Si compia la tua volontà, come in cielo, anche sulla terra”. — Matteo 6:9, 10.
Sotto il giusto dominio del Regno di Dio il genere umano ubbidiente assisterà all’adempimento di questa confortante profezia: “Certamente edificheranno case e le occuperanno . . . Non edificheranno e qualcun altro occuperà; non pianteranno e qualcun altro mangerà. . . . I miei eletti useranno appieno l’opera delle loro proprie mani”. (Isaia 65:21, 22) In altre parole non ci sarà più nessuno senza casa.
Più di ogni altra cosa i senzatetto hanno bisogno di una speranza per il futuro
I testimoni di Geova si sforzano di provvedere alle persone l’aiuto spirituale di cui hanno bisogno in questo periodo. Desiderano dare al prossimo il tipo di attenzione amorevole che raccomandò Gesù. (Matteo 22:36-39) Questo amore per gli altri li spinge anche a soccorrere chi ha perso la casa in seguito a un disastro naturale.*
Realisticamente i Testimoni si rendono conto che non è possibile aiutare tutti. Jacek, che vive in Polonia in un ricovero per i senzatetto, ammette: “Alcuni sono aggressivi o sono sotto l’effetto della droga. Altri provano repulsione per gli argomenti religiosi, poiché pensano che Dio non si interessi di loro. Ma c’è chi accetta di cuore la Parola di Dio”. Jacek, per esempio, è uno di questi. Ha iniziato a conoscere ciò che insegna davvero la Bibbia.
Un altro uomo che ha fatto lo stesso è Roman, un malato di AIDS che fino a poco tempo fa viveva in strada. “Quando arrivai al centro di accoglienza, non sapevo che i testimoni di Geova si radunavano lì vicino”, ricorda. “Presto iniziarono con me una conversazione per strada e mi spiegarono che Dio non ignora le grida di aiuto dei senzatetto. Mi invitarono anche ad assistere a una loro adunanza”. — Salmo 72:12, 13.
Che effetto ebbe su di lui ciò che sentì? “Imparai che posso vivere per sempre in Paradiso, qui sulla terra, e che Dio mi considera prezioso. Circondato da nuovi amici premurosi, non mi concentrai più sulla mia difficile situazione e iniziai a modificare la mia personalità. Spinto dall’amore per Dio smisi di fumare e in preghiera gli promisi che avrei camminato nel sentiero della giustizia”.
Roman fece un buon progresso spirituale e ben presto si battezzò come testimone di Geova. Con l’aiuto dei compagni di fede e delle autorità riuscì a trasferirsi in un alloggio decente. Pieno di gioia dice: “Nel mio cuore provo una felicità indescrivibile. Mi sono avvicinato a un Dio d’amore, che ha ridato un senso alla mia vita. Mi ha dato una meravigliosa famiglia di fratelli e sorelle e anche una casa”.
Un futuro per i senzatetto
I testimoni di Geova si sforzano di mostrare empatia al prossimo, inclusi i senzatetto. Desiderano con tutto il cuore far conoscere le verità bibliche riguardo a un futuro migliore, verità che già da ora possono cambiare la vita. — Giovanni 8:32.
“Ciò che è fatto curvo non si può fare diritto”, dice la Bibbia. (Ecclesiaste 1:15) Nonostante le migliori intenzioni dei volontari e delle autorità, problemi sociali profondamente radicati come quello dei senzatetto e della povertà sono difficili da estirpare. La Bibbia ci assicura però che presto, sotto il dominio del Regno di Dio, tutte le persone ubbidienti avranno condizioni di vita ideali.
* Vedi, per esempio, Svegliatevi! dell’8 gennaio 1993, pp. 14-21; 22 ottobre 2001, pp. 23-7; 8 agosto 2003, pp. 10-15.
http://www.watchtower.org/i/20051208/article_03.htm
giovedì 24 luglio 2008
Storia di Aniello ( serie di racconti )
Un giorno mi trovavo lì perché dovevo partire, mi avvicino ai telefoni per una telefonata e ricordo che questo vecchietto in modo molto gentile mi chiese se avevo 500 lire (prima c'erano delle panchine sistemate vicino alle colonnine dei telefoni dove i barboni si sedevano, oggi non ci sono più), gli diedi le 500 lire e con molta cortesia mi ringraziò. Dopo qualche giorno mi ritrovai di nuovo alla stazione: essendo rappresentante di abbigliamento viaggiavo spesso, e lo incontro di nuovo; questa volta lo saluto, mi risponde, mi chiede di nuovo le 500 lire. Gliele dò, mi ringrazia, gli dico ciao senza scappare come avevo fatto la prima volta.
La terza volta ci tornai apposta: lui era sempre lì, mi avvicinai con discrezione e cominciammo a parlare. Viaggiando spesso ho sempre pensato che dovevo aver incontrato Aniello anche in passato, anche se non me ne ricordavo. Aniello mi raccontò della sua vita, della famiglia, dei fratelli tutti morti, di nipoti con cui aveva perso i contatti. II suo lavoro era stato "oliatore di saracinesche": lubrificava i binari delle saracinesche dei negozi; insomma si arrangiava, si guadagnava la giornata.
In una città come Napoli, quante persone lavorano a nero, si arrangiano?
Aniello non si era sposato, forse anche a causa della sua precaria condizione; aveva avuto una piccolissima stanzetta al rione Sanità. L'età gli aveva complicato la vita, non era riuscito più ad arrangiarsi ed era finito alla stazione. Perché non era andato in un dormitorio, in un istituto per anziani? Non lo so, ci sono delle cose che noi non possiamo capire, possiamo solo accogliere e rispettare senza avere la pretesa di voler cambiare la vita alle persone. Quando il tempo era buono Aniello se ne andava un po' in giro anche se poi in realtà passava tutto il suo tempo alla stazione; era diventato anziano, non ce la faceva più tanto a camminare e quindi non si allontanava molto. Era un tipo molto allegro, ci facevamo un sacco di risate quando mi raccontava delle sue ragazzate.
Una volta in occasione del suo compleanno andammo a mangiare in una trattoria vicino alla stazione che lui conosceva, da "Zi' Caterina".
Ricordo che mangiò senza dire una parola, penso che fosse da molto che non si sedeva a tavola con qualcuno. La sua casa era la stazione; lì si lavava, si cambiava quando riusciva a procurarsi indumenti puliti, dormiva sui treni, insomma lì viveva, tra la gente, tra i tanti che passavano correndo, distratti, frettolosi.
E lì è morto! Lo trovarono una mattina senza vita, in un vagone ferroviario dove si era rifugiato per passare la notte.
L'amicizia con Aniello, insieme all'ascolto del Vangelo, che sempre più chiaramente sembrava dire: "Vivi la tua vita, ma non dimenticarti di chi è più povero e sfortunato di te" rappresentò l'inizio di un vero e proprio servizio alla stazione.
Tutti i giovedì, verso le otto di sera, andavo alla stazione portando un termos con il latte e panini. Le prime volte andai da solo poi si formò un vero e proprio gruppo di volontari.
II servizio è continuato per più di tre anni ed in questi tre anni ho incontrato tantissime persone. Quelle che ho conosciuto meglio sono per lo più adulti ed anziani, per un motivo molto semplice: i giovani, tanti, non stanno quasi mai nello stesso posto, si spostano, viaggiano, vanno da una città all'altra.
Una umanità disorientata fatta da ragazzi con enormi problemi familiari alle spalle, con problemi di droga ed alcolismo, da ragazze scappate di casa con l'illusione di una vita libera mentre poi finiscono sui marciapiedi; una umanità fatta anche da ragazzini di 10/12 anni senza un controllo familiare o addirittura cacciati di casa perché i genitori separati hanno iniziato una convivenza con qualcuno che non li vuole tra i piedi; una umanità fatta di stranieri venuti dai loro paesi poveri, inseguendo il miraggio di una sistemazione e che affannano a trovare qualcosa da fare.
Il servizio mirava ai bisogni concreti e quindi ci si preoccupava delle cose da mangiare, portavamo indumenti; se qualcuno non stava bene si cercava di farlo curare accompagnandolo in ospedale ed andandolo a trovare. Ma una delle cose che per noi era importante era trovare il tempo ed il modo per fermarsi a parlare con loro e ad ascoltarli.
Mi è rimasto impresso quello che un giorno mi disse un barbone: "Grazie per esserti fermato a parlare con me". Non grazie per il panino o per la coperta, questo era sottinteso, ma grazie per averlo ascoltato.
Come è facile essere solo tra la folla. Credo che qualche volta anche noi avvertiamo questa sensazione, che fortunatamente per noi è passeggera.
Veramente dovremmo sempre ringraziare il Signore che non ci ha lasciato soli, donandoci fratelli e sorelle.
http://www.psgna.org/poveri/barb01.htm
giovedì 17 luglio 2008
Clochard, ecco i nuovi poveri!
Il censimento è in corso la prima rilevazione nazionale sui senza dimora.
Sarà pronta nel 2010, ma ci sono già i primi dati.
Il confronto : in Germania i senzatetto sono ventimila, in Spagna 21 mila.
Appello della Ue contro la «street homeless»
In Italia.
La notte dormono in auto o cercano posto nei centri di accoglienza, altrimenti stanno in stazione dove c' è più controllo
Sono quasi 100 mila, vivono in strada senza lavoro, separati, in fila per i pasti.
Allo sportello della stazione Termini 15 mila persone hanno chiesto ticket per mangiare e aiuti per le spese legali.
Ombrello e Carrello vanno in rima con i nomignoli, l' età, l' esser senza casa. Siccome i nomi veri non li danno, e forse è timidezza o forse profonda vergogna, la gente li chiama per come li vede: uno tiene aperto l' ombrello anche con trenta gradi, l' altro spinge un carrello della spesa pure di notte. Sui cinquant' anni, hanno bisogno d' aiuto e non ne vogliono. Per sfamare Ombrello, i volontari come Massimo Ceriale preparano un sacchetto con panini, pietanze, carne. Quando l' avvistano, fingono di non vederlo e gettano il sacchetto in un vicino cestino dell' immondizia, come se l' abbandonassero. Ombrello s' avvicina, fruga, trova il sacchetto, prende, mangia. È così ogni giorno. Da mesi. Da quando Ombrello ha perso il lavoro in banca, il tran-tran esistenziale con annesse certezze economiche s' è interrotto, e lui è sbandato. Fino a perdere l' equilibrio, cadere, precipitare. Ombrello ha lasciato Genova, città natale, ha preso un treno, s' è fermato a Pisa e ci è rimasto. Nessun parente lo cerca, men che meno reclama. Lui e tanti altri. Tra rincari di bollette e di pane, tra mutui che soffocano e salari medi che ristagnano, piovono poveri nell' Italia degli Ombrello. Tra i 70-100 mila, dicono le stime. E se metà sono stranieri appena arrivati, l' altra metà sono italiani che non arrivano a fine mese. Un' enormità. Una rarità, nella storia dei poveri da strada. Dal Nordest al Sud Si diceva: stimati 70-100 mila. Fino ad adesso, si è andati avanti con le stime, non con ricerche scientifiche: tanto erano una manciata, i senzatetto, tanto erano matti, tanto erano personaggi da letteratura, quella letteratura che, per dire, con Carlo Emilio Gadda nell' «Adalgisa» li descriveva «vagabondi... che, toltasi la giacca, o una maglia, o peggio, vi passano in rassegna i pidocchi». E invece, sui clochard o nuovi poveri, è partita una ricerca in grande stile. Che, nelle intenzioni e nelle previsioni, si annuncia meticolosa. La ricerca è condotta da ministero del Welfare, Istat, Caritas e Fiopsd, la Federazione che raggruppa la settantina di associazioni che assistono i senzatetto. Sarà pronta nel 2010, la ricerca. Non a caso: il 2010 è stato proclamato Anno europeo contro le povertà. C' è attesa, e c' è la consapevolezza che non si può attendere. Paolo Pezzana, a capo della Fiopsd: «I casi crescono e si diversificano. Nelle grandi città, gli utenti di dormitori e sportelli d' aiuto sono quasi tutti italiani, che chiedono soldi per pagare luce e gas». Milano, Napoli, Roma. Le solite capitali, storiche, dei clochard. Città che, oramai, non hanno più l' esclusiva dell' emergenza, un' emergenza che ha intaccato il ricco Nordest, le cittadine del centro, e si è infilata nel Sud, dove i barboni, di solito, li consideravano roba del Settentrione, roba persa nella nebbia. I divorziati e i ticket Il Sud. Bari. La professoressa universitaria Fausta Scardigno, negli studi sugli indigenti del Duemila, s' è imbattuta in Antonio. Anni quarantuno, smagrito, ex poliziotto - di stanza in Puglia, Sicilia, Calabria -, separato e rimasto senza abitazione, due figlie. Barbone. In dormitorio. A Milano, sotto lo scorso Natale, nel centro d' accoglienza dei francescani, un ospite su quattro era italianissimo. E separato. A Bari, c' è questo Antonio, che parla veloce, anzi di fretta, che è arrabbiato, anzi «incazzato». Eccolo: «Qua c' è gente che sta da venti anni... Gente che se tu ti avvicini fa schifo... Io non faccio altro che lavarmi le mani... Poi mi devo sedere, e mi faccio il problema, hai capito? Devo mettere il giornale, e come si fa?». Il giornale. I pavimenti sotto i portici. I cartoni. Iconografia del clochard che fu. Quello odierno, si rifugia in automobile, se ce l' ha. Punta i piedi per stare in un centro d' accoglienza. E se non trova posto, s' accampa in stazione. Un luogo protetto. Eh sì. «Fidati, gira la polizia, sei al sicuro dai cattivi» dice Totò, un inquilino fisso della Centrale, a Milano. Alessandro Radicchi è una delle anime dell' Osservatorio nazionale sul disagio negli scali ferroviari. «Nello sportello alla stazione Termini, dal 2005 si sono rivolte a noi 15 mila persone. A Napoli, abbiamo aperto un anno e mezzo fa: siamo già a quota 3 mila». Che cosa chiedono? Ticket-restaurant per un pranzo, ed euro per star dietro alle spese, comprare i libri scolastici dei figli, sostenere spese legali.Quanto incidono. Quanto segnano. C' è un' apposita associazione, quella degli avvocati di strada, piena di giovani volenterosi laureati in Giurisprudenza, che assiste, gratis, i senzatetto. Clandestini a casa propria Il rapporto 2007 dell' associazione, spiega il vicepresidente Jacopo Fiorentino, che scommette sull' apertura di nuovi sedi («Servono»), dice che degli oltre 800 clienti annui, il 34% erano italiani. Di questi, molti hanno chiesto assistenza specie per diritto alla residenza e questioni relative al lavoro. Andiamo con ordine. Per un senzatetto, è facile - non rinnovando la carta d' identità, perdendo la residenza - diventare un clandestino a casa propria. Quanto al lavoro, tra i 70-100 mila «sono migliaia i 40-50enni che hanno perso l' impiego e che nessuno assume». E, comunque, di massima, a cominciare dalle cooperative di pulizie, preferiscono lo straniero, all' italiano. Il primo si può sfruttare. Il secondo abbozza una resistenza. Anche se, comunque, cede. Nell' opulenza del Veneto, tra i sindaci che non fanno entrare gli immigrati, al Banco alimentare di Vicenza c' è la fila. E in fila, ci siamo noi. Il Banco alimentare raccoglie i prodotti in scadenza dei supermercati e li distribuisce ai poveri. Racconta Daniele Sandonà, operatore del Terzo settore: «Che code, certi giorni... Gli italiani prendono biscotti, cracker, bottiglie d' acqua». Il confronto con l' Europa C' è tale richiesta, in Veneto, che a breve aprirà un altro Banco alimentare, a Verona. E però, invita Sandonà, stiamo attenti non soltanto alla fame. «Aumentano le malattie provocate da mancanza di alimenti sani e in forma continuata». Alla stregua di un clandestino nascosto in una fabbrica dismessa, sotto un ponte della tangenziale, in una baracca di periferia. Nell' Italia del carovita. E nell' Europa che, sì, con tutti i membri dell' Unione europea, a maggio, ha preso coscienza della questione a livello continentale con una dichiarazione d' intenti per combattere la «street homelessness», la povertà da strada. Certo, la dichiarazione. Eppure dei grandi Stati, non ce n' è uno conciato male come l' Italia. Ventimila, i clochard stimati in Germania. Ventunomila, quelli che l' Istituto nazionale di statistica ha calcolato in Spagna.
Galli Andrea
Pagina 010/011(16 luglio 2008) - Corriere della Sera
giovedì 1 maggio 2008
Barboni invisibili troppo spesso ignorati
Parlare di clochard non è folklore ma è un modo per interrogarsi sui casi della vita, su un’esclusione imposta o cercata.
Sono una ragazza di 18 anni che frequenta il liceo classico Tito Livio. Solitamente la mattina arrivo alla stazione di Cadorna; una mattina sono stata colpita profondamente dallo sguardo triste di un barbone, seduto in un angolo della stazione ferroviaria. Mi sono sentita davvero una persona senza un po' di cuore, e così mi sono fermata a parlare un po' con lui. Ho deciso di scrivere qualcosa per rendere coscienti le persone di tutti questi barboni, di questi uomini invisibili che ci circondano. Con il termine «barbone» indichiamo persone che, ai margini della vita cittadina, vivono d'elemosina o di altri espedienti; per lo più sono vecchi senza dimora e abbandonati a se stessi, ma anche giovani senza occupazione, incolti nell'aspetto e sudici, laceri nel vestire. Ecco, sono loro, questa classe invisibile, che si affiancano al nostro mondo degli sprechi e del consumismo. Ma domandiamoci cosa o come queste persone sono arrivate ad uno stato di abbandono simile? Le ragioni sono numerose: sono persone che hanno perso casa, famiglia, lavoro, gli affetti dei loro cari; vivono sui marciapiedi, ai margini della società, cercando di chiedere l'elemosina ai passanti frettolosi, che si accorgono a malapena della loro esistenza, che ormai li considerano quanto un cestino dell'immondizia. Ma dov'è finita la nostra umanità, la nostra etica, il nostro senso morale? Ma ci siamo mai domandati cosa provano queste persone, questi emarginati? Ogni volta che vedete un barbone, soffermatevi sul suo sguardo: è pieno di angoscia, di tristezza, è uno sguardo che porta con sé tutto lo sdegno e l'indifferenza che ha assorbito dal mondo esterno. Uno sguardo che chiede aiuto. Alessia Perna
Cara Alessia, sono dolci e tenere le tue parole sul popolo invisibile che vive ai margini di una città. Nell’aridità generale si scoprono sentimenti che aiutano a sperare. Perché parlare di barboni, come scrivi tu, o di clochard, o vagabondi, non è folklore ma è un modo per interrogarsi sui casi della vita, su un’esclusione imposta o cercata, su drammi che restano segreti e non finiscono in tv. È anche un modo per chiedersi se certe persone che vediamo lì, appoggiate a un muro ai lati della strada, si sono meritate il loro destino oppure no. Che sia una ragazza a parlarne allarga il cuore, quel cuore che quando era grande ingigantiva anche Milano. Perché c’è stato un tempo in cui i barboni non erano esclusi in città, basta sentire i racconti di Piero Mazzarella su Porta Romana, sulla vita di ringhiera, sulla gente che un tempo apriva la casa ai senzatetto. Io credo che si debba riscoprire quell’umanità senza porte sbattute in faccia a chi spesso non è responsabile della sua triste sorte, ma si è trovato in balìa di avvenimenti che non è riuscito a controllare. Questo ed altro dovremmo riuscire a vedere, come hai fatto tu, e forse non sei l’unica tra i tuoi coetanei. Anche se a volte ci sembra più cinica e spietata che mai, Milano, dietro certe giustificate paure dovute ad una immigrazione senza controllo, non si è dimenticata del popolo invisibile che aumenta di giorno in giorno. C’è chi pensa ad una banca, per finanziare aiuti ad hoc. C’è una rete di assistenza che ruota attorno al volontariato. Ma non basta. Dovremmo far crescere la cultura dello stare insieme, della comunità. Bisognerebbe far leggere proprio a Mazzarella la tua lettera, e poi dargli un grande teatro, e chiedergli di recitare uno di quei suoi personaggi sintonici con una certa Milano, fargli tirar fuori con il suo vocione che gratta il sentimento degli ultimi, dei disperati, e invitare i milanesi allo spettacolo. Gratis per tutti, così magari ci potrebbe venire anche il barbone di Cadorna, quello che hai incontrato nell’angolo e ti ha fatto commuovere.
gschiavi@rcs.it
lunedì 31 marzo 2008
Vivere (e morire) da barbone
Storie di senzatetto fra vecchie coperte distese sui marciapiedi e mille rimpianti
di FABRIZIO RAVELLI
Vivere (e morire) da barboneQuando la vita ti butta sulla strada"
GIANNI LA SCIARPA a disegni Burberry se l'arrotola bene intorno al collo, poi infila il cappotto blu che sarebbe anche elegante, blu anche il berretto di panno a visiera tipo lupo di mare. Ha due borse, una 48 ore nera e una sacca grigia. Scarpe nere moderne. La vestizione è alle cinque e mezza della mattina, nella sala d'aspetto della stazione ferroviaria di Greco-Pirelli. "Prima sistemo le mie cose. Ho i cartoni sotto, poi una coperta, e il sacco a pelo. Piego tutto, e metto dietro la panchina di fuori. Fanno tutti così, nessuno tocca niente. Se posso, faccio colazione, sennò salto". Poi si avvia verso la sua giornata, e sembra un viaggiatore in arrivo. "Certo io non mi sento un barbone. Non ho fatto questa scelta". Diventare barbone è un attimo, un inciampo, una fatalità. Brutta parola barbone, ce ne sono di più corrette: va molto clochard, elegante, o senzacasa, senzadimora. Gianni ha 57 anni, nato a Ragusa. Da tre anni vive per strada. Non si sente un barbone, ma ha grande solidarietà e rispetto per i suoi compagni di vita. Il suo amico Daniele, per esempio, 51 anni, droga e galera alle spalle, senza casa da una vita. Magro, piccolo, e tossisce di continuo in questa mattinata di neve. "Daniele, bisogna che ti curi, che vai dal medico". L'altro scuote le spalle e tossisce. "Testa dura di un valtellinese, hai fatto la broncopolmonite anche l'anno scorso". L'inciampo di Gianni, quello che l'ha fatto deragliare, è stata una malattia: "Epatite B, quando me l'hanno trovata ho perso il posto. Ero chef sulle navi da crociera della Festival Cruise, in Oriente". E poi un furto: "Sono tornato in Italia, e a Roma mi hanno rubato la 24 ore. Dentro c'era il mio passaporto, e c'era la protesi. Sì, la dentiera. Era il 2004. Siccome ero residente nelle Filippine, là avevo moglie e due figlie, ci hanno messo un anno per ridarmi il passaporto, un calvario. Da allora sto per strada. Senza dentiera, nessuno mi dà un lavoro. Lo vedi? Mi restano solo questi tre denti davanti. Ho fatto dieci colloqui, ma mi guardano in bocca e dicono di no".
Gianni parla sei lingue: "Quattro parlate e scritte: inglese, francese, tedesco, spagnolo. Due solo parlate: cinese e giapponese". Nel suo italiano c'è traccia di pronuncia inglese. Ha girato il mondo. In borsa ha un curriculum che comincia nel '63, scuola alberghiera Tre Stelle di Stresa e finisce sulla motonave Flamingo, Festival Cruise Line. In mezzo, quattro diplomi in Food and Beverage Management, e tredici posti di lavoro: hotel, ristoranti, navi, in tutto il mondo. Ha una domanda di impiego in inglese, ("applicazione", dice traducendo), con tanto di indirizzo e-mail e cellulare ("Usato, me l'ha regalato una suora amica mia"). Il suo indirizzo è quello del Centro Sos, comunità Exodus di don Mazzi: "Ci vado spesso, si possono vedere gli amici e fare quattro chiacchiere, e c'è da leggere". A cento metri dal Grand Hotel Gallia, dove Gianni è stato assistente chef nel '74-'75. La sua giornata è questa: "Mi alzo alle cinque e mezza. C'è anche chi dorme fino alle sette, ma io lo faccio per rispetto dei viaggiatori. Dobbiamo liberare la sala. Adesso siamo otto singoli e due coppie. La sala è riscaldata, ci lasciano stare, e nessuno fa casino o si ubriaca". Prende su le sue borse, e si incammina verso la fermata dell'81. "Vedi, il mio segreto è questo: io faccio come se dovessi lavorare, come se avessi sempre un'occupazione. Vivo di espedienti, sì. Però non rubo, e non chiedo l'elemosina per strada. Per me è una questione di orgoglio personale". Si arrabatta: "Ho chiesto il sussidio del Comune, ma dicono sempre che si deve riunire la commissione. Conosco qualche prete e qualche vescovo, che a volte mi allungano dei soldi. Io non sono insistente, non assillo la gente. So stare al mondo, e sono gentile". Con le sue borse, come un viaggiatore. Basta non sentirsi un barbone. "Per mangiare, faccio così. Per esempio: il mercoledì sera alle nove, davanti alla stazione di Porta Garibaldi, viene il furgone di Sant'Egidio con del cibo caldo. Io e Daniele prendiamo il treno delle 20,58 da Greco a Garibaldi". In borsa ha la guida della Comunità di Sant'Egidio "Milano, dove mangiare, dormire, lavarsi". C'è tutto, ci sono anche gli ambulatori dove Daniele non vuole andare. Lui non dorme in stazione: "Mai stato in un dormitorio. Voglio stare da solo. Poi c'è quello che puzza, quello che non ha rispetto. E io ho un cattivo carattere". Poi ci porta a vedere "casa sua". Non l'ha mai mostrata nemmeno a Gianni. Sotto la neve, in mezzo a questa nuova Milano della Bicocca, il teatro degli Arcimboldi, l'università e i palazzoni disegnati da Gregotti, il "Caffè Harry's Scala". Daniele sta su un pianerottolo, al livello 2 del posteggio sotterraneo, aperto al gelo. Una coperta stesa in verticale a far da muro. Sacchi a pelo, coperte, borse, scarpe, tre lumini da camposanto: "Io qui non sento nemmeno l'umidità". E tossisce. Il suo amico Enzo, titolare del secondo sacco a pelo, è in giro. C'era Donatella, ora è a Bologna. Lì sotto il tunnel del tram c'è altra gente: "Come quei due ragazzi poveri, Antonio e Ludmilla, e i loro cani, vivono in una tenda". Casa sua Daniele la tiene mezza segreta, "perché mi hanno insegnato che si fa così, non si sa mai". Daniele si arrabbia se lo chiamano barbone "con superiorità", ma ha una sua filosofia della strada: "Il vero barbone è quello che non chiede niente, che fruga nei cestini e fuma i muccetti". Lui, che ha un sussidio di 160 euro al mese dal Comune, non vede che strada nel suo futuro. Gianni è amico suo, divide con lui anche un pasto completo 6 euro alla trattoria di via Breda: "Gestiscono dei cinesi, sono gentili, e quando ho qualche soldo ci vado". Ma per lui la strada è provvisoria, dice: "C'è chi l'ha scelta e chi non l'ha scelta. Chi l'ha scelta è diverso da me. Io mi curo esteriormente e interiormente, per essere una persona normale. Su tanti argomenti ho cultura, so fare discorsi. Potrei lavorare ancora qualche anno, se trovassi". Già, la dentiera, sempre lì torna. "Ho questo preventivo, fatto dal dentista di fiducia di un amico vescovo: 3.600 euro. E come faccio? Mi sono informato: in Ungheria costa meno. Il viaggio 580 e la protesi 1.300 circa". A questo pensa, marciando con le borse per la sua Milano di mense religiose, centri di assistenza, bagni pubblici: "Vado in quello di via Pucci, 50 centesimi e ti danno anche l'asciugamano". Su e giù da tram e autobus. A pranzo da suor Carmela in via Ponzio: "La 90 fino a piazza Piola, poi la 93". A cena dai francescani di viale Piave, oppure il tè e le brioche della Croce Rossa a Greco. Daniele prendeva anche l'Intercity, due fermate, per mangiare a Pavia: "Il primo potevi mangiarlo anche tre o quattro volte, roba buona. Ma era troppo uno sbattimento". E Gianni, che non si sente un barbone, lo accudisce come un fratello maggiore. Poi dà una mano al dopolavoro ferrovieri, sportello d'ascolto sotto la massicciata della stazione Centrale: "Abbiamo appena organizzato il Capodanno della solidarietà, 1200 pasti". Mimmo Vastola, il responsabile, ha un solo sogno: "Che restiamo disoccupati, nel senso che non ci sono più emarginati da assistere. Ci vorrebbero soluzioni vere. E invece i senza casa aumentano". A Milano c'è un esercito di gente che si dedica a loro, fra laici e religiosi. In questi giorni di neve e gelo, distribuiscono anche coperte e sacchi a pelo. Gianni aspetta solo che finisca, questa sua vita di strada: "Ho tre mesi, fino a marzo, per risolvere il problema della dentiera. Perché poi ci sono gli ingaggi sulle navi, sono pronto a partire per il mondo". Nelle Filippine ha due figlie, ospiti delle suore. La moglie è morta nell'alluvione del 2002. "Ogni tanto telefono, se ho abbastanza soldi". Intanto, c'è da badare a quegli altri: "Hassan il marocchino, anche lui dorme con me a Greco: bravo ragazzo, con un caffè lo fai felice. Al bar, ogni sera ci regalano quello che è avanzato: brioche o panini". Aspetta anche che finisca l'inverno: "D'estate vado in Toscana, ho degli amici che mi aiutano". Liscia il cappotto blu, sistema la sciarpa, saluta gli amici della "sala". Non sentirsi un barbone è già qualcosa. Se poi ci fosse anche una dentiera, per ricominciare la sua vita deragliata, sarebbe tutto a posto.
La Repubblica 4 gennaio 2008